Per capire questo posto, per entrare nelle viuzze nascoste della testa di questa gente, bisogna raccontare quello che accade. Non c’è bisogno di esagerare. Non c’è bisogno di inventare. Non c’è bisogno di credere in una cosa o in un’altra. Il mio racconto sarà parziale, perché la storia importante finirà su L’Espresso della prossima settimana, inshallah. Ma il contorno rende benissimo.
 
Ieri ho affittato una macchina e mi sono diretta a Gaza. Detesto guidare perché mi perdo sempre, perché anche se faccio mille volte la stessa strada non la ricordo mai. Ma non c’era altro modo per andare e risparmiare sul tassista. Ovviamente mi hanno dato una macchina grande, altra cosa che detesto perché mi sembra di scompararire dentro a tutta quella ferraglia. In una piccola mi sembra di avere il comando, lì navigavo in una chevrolet che chissà come doveva portarmi a Gaza. Ho steso le mappe, le ho guardate, ho memorizzato i numeri delle strade. Devo raggiungere la 1, poi la tre verso tel aviv, poi la 4 verso Ashkelon e poi scendere fino a Gaza. Non c’era traffico e nonostante il mio stato permanente di tensione, non ho sbagliato un colpo. So che l’universo sta cercando di placare il mio spirito rabbuiato. Accetto il suo aiuto e in qualche modo arrivo a Gaza senza neanche una volta arrabbiarmi. Parcheggio in un posto che non riconosco, nel giro di un anno è tutto cambiato. Davanti a me Eretz, il confine, la frontiera, tra Israele e Gaza. Ma in realtà è molto di più.
 
L’edificio è strabiliante, quasi di design, una soldatessa al passaggio a livello controlla il passaporto e l’accredito, poi mi lascia entrare. Attraverso una porta e vengo investita dall’aria condizionata. Fuori ci sono 40 gradi, dentro non più di 20. Una biondina slavata mi prende il passaporto. "Che va a fare a Gaza?". Una storia. "Quale?" Sull’educazione dei bambini delle scuole elementari. Mento. Lei sorride. Lo sa. Le dico niente timbro sul passaporto, e lei incurante al di là di un vetro anti proiettili mi sorride di nuovo e mi stampa un bel timbro sul passaporto. Perché lo ha fatto? "non lo voleva? ops mi sono sbagliata". Zoccola, le dico in italiano. Ora quel passaporto lo posso buttare, un timbro israeliano non mi permette di entrare in nessun paese arabo tranne l’Egitto e la Giordania. Era nuovo di zecca il passaporto. Bitch. Zoccola. Le chiedo: a che ora chiudete il passaggio?. "Lei quando torna?". Verso lei sei. "Va bene". Mi fa passare supero delle porte, passo sotto uno scanner, attraverso altre porte girevoli, ci sono muri e telecamere ovunque, una specie di labirinto. Qualche anno fa dissi che Eretz sembrava l’entrata di un campo di concentramento. Devono avermi sentito perché ora è una cosa spaziale super tecnologica. Arrivo in una stanza senza porte, dopo un po’ si apre un muro, scorre e mi lascia passare.
 
Mi ritrovo fuori, c’è ancora il tunnel, ma per un pezzo è ancora moderno. Poi all’improvviso la strada finisce. La prima cosa che vedo investita dall’aria calda e dalla luce, sono macerie. Non c’è più niente nel raggio di tre chilometri, tranne un piccolo conteiner dove sta il poliziotto di frontiera palestinese. E’ piccolo perché lontano. Vorrei che la pelle conservasse un po’ del freddo di qualche istante prima perché devo camminare sotto il sole cocente su una strada sterrata, circondata da muri abbattuti. Mi volto indietro e vedo il XXI secolo, guardo avanti e non riconosco nulla. Delle persone vengono nella mia direzione, palestinesi, neanche sollevano lo sguardo, spingono sui sassi delle enormi valigie. Le donne anche. Nei loro vestiti islamici grondano di sudore trascinandosi nugoli di bambini. Cammino verso il sole e spero che il tassista ci sia e mi riconosca.
 
 Il palestinese poliziotto, mi prende il passaporto, segna il nome. Non che possa fare niente. Non sono uno Stato, solo una farsa. Khaled mi viene incontro. Mi apre le portiera, mi accascio dentro. Corre verso Ghaza city dove mi aspetta il mio traduttore, è in fila per fare benzina, ai giornalisti e ai lavori essenziali è consentita un po’ di benzina. Non ce n’è. Gli israeliani non rispettando gli accordi della tregua, aprono quando vogliono, ovvero quasi mai, e le merci non entrano. Gaza è un buco. Non produce quasi niente. Non lo dico, ma il fatto che non ci sia traffico non mi dispiace. Ora tutti girano con i muli. Carri, carretti. Il centro puzza di stalla. Me ne vado a fare le mie storie. Discuto con il traduttore. Mentre difendo i palestinesi quando sono in Israele, difendo gli israeliani quando sono con i palestinesi. Ma in dieci anni, non li ho mai smossi. Sono talmente accecati dall’odio e dal non guardare oltre il proprio naso che non riescono a vedere oltre. E per questo muoiono.
 
Faccio la mia prima storia. Non è difficile solo un po’ lunga perché ci vuole tempo per parlare con i giovani. Bisogna scalfire i loro pregiudizi. La seconda storia invece è pericolosa. Non sembra per come vanno le cose ma lo è. Le persone con cui parlo, sono il prodotto dell’occupazione, della frustrazione, della violenza, della disperazione. Ti guardano negli occhi e tu vorresti scuoterli. Cerchi un po’ di umanità e la trovi perfino, ma è come se fossero sganciati dalle cose che contano per noi, i sentimenti, le speranze, il futuro, i sogni. Hanno solo rabbia e dolore. E un sorriso per la nipotina di due anni che si arrampiaca su braccia pieni di segni di lotta senza neanche accorgersene. Neanche quella bambina ha futuro. Forse morirà quando gli israeliani demoliranno la sua casa, o spareranno un missile. Forse si salverà, si sposerà e farà dieci figli fino a sfasciarsi. Le regalo uno dei miei braccialettini e lei mi guarda come se avessi regalato un diamante. Corre, per come può correre una con due denti in bocca con il braccino sollevato per mostrare a tutti il braccialetto. Almeno una volta ieri è stata felice. Riguardo il suo giovane zio. E’ troppo giovane per non desiderare di vivere. Invece vuole solo spaccare il mondo che gli sta accanto.
 
Il traduttore mi fa un cenno. E’ ora di andare. Andiamo via. Non discuto. Avrei voluto rimanere a parlare con quel ragazzino e regalargli uno dei miei sogni. Meno male che non l’ho fatto, non avrei saputo cosa dargli in questo momento. Corriamo ad Eretz, rivedo il poliziotto della mattina, mi guarda con sgomento.
"Il confine è chiuso". Cosa? "Gli israeliani hanno chiuso". E perché? "Non lo so, fanno quello che vogliono, comunque è qualche giorno che chiudono alle 14". E adesso? sono incastrata a Gaza, chiamo tutti i portavoce dell’esercito, spreco due ore a farmi dire che non possono fare niente ma ci stanno provando. Auguro alla biondina zoccola di stamattina, che ha fatto apposta a non dirmelo, un gagotto permanente. Non ho niente con me. Devo tornare indietro. Mi prendo una stanza in un albergo e incontro due del New York Times che sono rimasti chiusi dentro come me. Un po’ mi consolo, se non hanno fatto uscire il NY Times. Uniamo le nostre disperazioni e andiamo a cena. Ascoltano allibiti la mia storia di freelance in Italia e scopriamo di avere amici in comune. E’ una serata bellissima, il posto è vicino alla spiaggia, e il profumo del mare impregna l’aria.
 
All’improvviso realizzo la tragedia. Non ho il mio beauty case. Sono a Gaza senza trucchi. L’albergo mi ha procurato uno spazzolino. Ma non basta!!!! Una vera tragedia. Sono circondata dalla devastazione, dalla rassegnazione, dalla disperazione. Io stessa sto già come una lucertola senza coda, e ora anche senza trucco.
 
Me ne vado a dormire. Il giorno dopo riattraverso Eretz. Ci vogliono quasi due ore per uscire. Quello che fa i controlli scherza con la soldatessa, una in fila con me mi traduce, "stanno scherzando, flirtano", mentre la gente, o meglio i palestinesi, che gente non sono, aspettano composti. Alcuni hanno enormi valigie che devono essere controllate a mano, qualcuno ha perfino dello stoccafisso in borsa. Alcuni hanno malati che se ne stanno buoni senza emettere un suono. "E’ uno strazio – mi aveva detto la sera prima il poliziotto di frontiera mentre tentavo di uscire – vedere i malati come vengono trattati". Alla fine dopo altri metal detector, porte, passaggi, esco come un toro nell’arena. Mi viene in mente che non mi ricordo se ho spento il giorno prima le luci della macchina. Mi sento morire. Se ho scaricato la batteria che faccio? Salgo, metto in moto, parte. Yuppi. Parto e trascorro le successive due ore in tensione per quando entrerò a Gerusalemme. Consapevole che mi sarei persa. Non succede. Arrivo parcheggio.
 
Ho ancora una cosa da fare. Passeggio fino a Ben Yahuda. E’ una via pedonale. E’ li che ho visto il mio primo attentato. 11 anni fa. 3 kamikaze. Mi siedo nel baretto, dove la mia Arin si siede dopo trent’anni di prigione. Chiedo una cioccolata. E’ ancora tutto come il mio libro. Manca la coppia seduta accanto che si dice addio. Ma io posso sentirla. Rimbomba nella mia testa. Poi penso alle email. Alcuni amici hanno commentato il mio pezzo di Yad Vashem, molti sono belli e li ringrazio, ma qualcuno mi ha scritto che inserire la frase sulle "impronte ai bambini" era una forzatura. Qualcun altro ha detto che forse era una "svista". Non è così. Trovo inaudita questa proposta. E non credo che la sicurezza mia si basi sulla violazione di un diritto di un’altra persona tanto più di un bambino. Gli israeliani sono esperti di sicurezza, ma dal loro dolore hanno tirato fuori violenza, paura, compromessi ed estremismo. E i palestinesi pure. non hanno niente da insegnare. Se uno ruba la polizia ci penserà. Ma un bambino che ruba, che cresce nella violenza, che si perde è il fallimento dello società che lo ospita. Che sia la sua o la mia. Questo penso, che invece delle impronte bisogna dare cultura, possibilità, fiducia, sogni.
E’ a loro che la sicurezza manca, non a me che al massimo ho il fastidio di dover rifare i documenti e comprarmi un portafoglio nuovo. L’orrore degli ebrei è cominciato con delle caricature. Occhialini e nasoni. Ma l’orrore vero non sta solo nella tragedia che hanno vissuto. L’orrore è dentro a quelli che lo hanno permesso. Ai milioni di indifferenti, di ignoranti, di chi ha voltato la faccia o si è fatto forte del gruppo. Quelli che hanno permesso che si appendessero cartelli con scritto "Qui gli ebrei non sono i benvenuti". Non si possono paragonare i Rom alla storia degli Ebrei. Certo che no. Ma i bambini si. Loro per me non hanno nazione, religione o colore. Non si usano per questioni politiche se non per farli stare meglio. Non per stare meglio noi.
Buonanotte a tutti.
B.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “UN GIORNO A GAZA

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