Ho cercato un posto dove si potesse essere sopraffatti dal dolore. Un posto che non avesse a che fare con l’mmediato presente dove anche se sembrano lontane e spesso non volute, le situazioni sono possibili da risolvere. Volevo un luogo di ineluttabile dolore, dove non ci fosse scampo, dove non ci fossero scelte o possibilità di fare domande. Sono finita per la seconda volta in vita mia a Yad Vashem. Qualcuno lo chiama museo, ma è riduttivo, soprattutto adesso che è stato completamente rifatto. 

 Yad Vashem è una cicatrice nell’anima degli uomini, è un solco che attraversa la storia per sconvolgerci nella consapevolezza di quello che le persone sono in grado di diventare e di fare. La forma è quella di una gola di montagna al contrario. Il cemento armato pesa sulla visita intervallato da immagini, resti, parole, suoni, testimonianze. Ovunque ti volti c’è una foto, c’è un’immagine, un pezzo di qualcosa o un oggetto che apparteneva a qualcuno.

Si parte dalla vita di un popoli intessuta in quella di tanti altri e di come tutto degenera fino a quelle lunghe file di uomini alle stazioni, sui treni, sui camion. Si comincia da un cartello, una caricatura e si finisce nelle camere a gas. Si vedono foto di famiglie, di spose, di musicisti, di artisti e poi si legge che n’è stato di loro, in che modo sono morti schiacciati dalla demenza che aveva contagiato un continente. Si vedono i bambini, i loro disegni, i piccoli giochi. Si vedono madri a cui vengono strappati i cuccioli, si vedono uomini che chiedono aiuto, si vedono altri che cercano di resistere, si vede la sconfitta e l’orgoglio di un popolo che stanno uccidendo. Si vedono anche i mostri, le loro storie, la loro fine. Ci sono anche le storie dei piccoli eroi gente che ha nascosto qualcuno, che ha mentito per salvare qualcuno, o che ha portato informazioni. Anche di loro non resta molto, se non foto e parole, foto e parole. E ci sono anche i sopravvissuti, anziani che brillano sugli schermi di ogni parete raccontando un passato che non sono mai riusciti a dimenticare, e che non vogliono neanche perché sanno quanto l’uomo non impari mai nulla da solo. Ci sono ciocche di capelli, montagne di scarpe, vestiti, c’è tutta la privacy delle persone. I libri che dovevano essere bruciati.

Alla fine di questo lunghissimo percorso. Sei esausto, provato, abbattuto quando arrivi in un’enorme cupola, migliaia di facce che la tappezzano e sotto fino a che lo sguardo si perde c’è un posso largo e profondo dove si intravede dell’acqua. Intorno frasi, tante parole. Tutti cercano delle risposte. Il Talmud dice che chi salva un uomo salva il mondo intero. E chi racconta un uomo? Riesce a salvare qualcuno dall’indifferenza? Riesce a scuotore un cuore paralizzato? Riesce ad evitare che l’apatia si impossessi di chi ci circonda?

Non lo so. Il museo dell’olocausto non ha risposto. Ti dice solo quello che potrebbe essere, quello che è stato, quello che non vorremmo mai più. Niente impronte ai bambini, niente umiliazione verso chi è diverso o più debole. Da ovunque provenga. Ma soprattutto, quei visi sorridenti, che da paffuti si trasformano in fantasmi, chiedono di lottare, di seguire i propri sogni se si è forti abbastanza, che non c’è tempo per non seguire quello che ci dice la parte più segreta di noi stessi.

Buonanotte a tutti,

B.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “DOLORE

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