DA D LA REPUBBLICA DELLE DONNE

 

AFGANISTAN Hanno vent’anni. Vengono dall’Alabama, dal North Carolina, dal West Virginia. Per combattere questa guerra asimmetrica. Tra le montagne e i deserti. Contro i Taliban, e le loro stesse paure. Private

di Barbara Schiavulli
Foto di Lynsey Addario
Sembrano invincibili. Intrappolati nelle mimetiche color sabbia, con pesanti giubbotti antiproiettile e le armi automatiche che impugnano con disinvoltura. "Dio, patria, compagni e famiglia, questi sono i nostri valori", dice un marine da poco tornato da una zona di combattimento nel Sud dell’Afghanistan. Suda abbondantemente, sotto l’armatura. Visto da vicino non sembra tanto forte, più vicino al collasso che a distruggere i Taliban. David, Rob, Jake e Tom sono in Afghanistan per questo. Da mesi combattono una guerra difficile da vincere, fatta di attacchi aerei, raid nei villaggi, pattugliamenti. Una guerra asimmetrica, come la definiscono loro, in cui il nemico, i Taliban, rispondono con attentati, kamikaze e ordigni piazzati sulla strada, strategia alla quale è difficile rispondere se non uccidendo. Per i soldati ogni lavoro deve essere portato a termine. Fino in fondo. Sulla lavagna bianca nel quartiere generale della Nato i numeri vengono spesso aggiornati, da una parte le perdite dei militanti, quasi milleduecento soltanto l’anno scorso, e dall’altra quelle della coalizione, 507 soldati tra gli americani in sette anni di guerra. Un conflitto duro, quello che si svolge tra le montagne dell’Afghanistan, nelle sue gole puntellate di oasi e pericoli, dove gli afgani si muovono con l’agilità di chi conosce il territorio. Un territorio difficile e bellissimo, con le vette delle montagne quasi sempre innevate che al tramonto si colorano di viola. Luoghi resi roventi dall’estate ma quasi insopportabilmente freddi durante l’inverno, dove l’oscurantismo di un regime che doveva finire con la caduta dei Taliban si è trasformato in un incubo sempre più pesante. E per i 40mila americani in divisa schierati in Afghanistan questa guerra non sta andando tanto bene. Non sta andando bene da nessuna parte. Ma non dipende da David, Rob, Jake e Tom, loro sono solo ragazzi saturati di idee preconcette, fatte di afgani che vogliono ucciderli perché sono gli invasori. "Vinceremo questa guerra perché siamo forti, perché siamo i buoni", sostiene Rob che si trova in Afghanistan da tre mesi, arrivato dal Giappone dove vive ormai da qualche anno. Si toglie l’elmetto e con lui se lo tolgono anche gli altri; si slacciano i giubbotti, si rilassano sulle sedie, appoggiano i fucili. All’improvviso i quattro soldati appaiono più fragili. Bianchi, biondicci, sembrano giocatori di rugby di una qualunque scuola superiore americana. Hanno visi da ragazzini. Ma di studiare non avevano voglia. Diversamente dagli altri soldati dell’Esercito o dell’Aeronautica, loro non hanno debiti da pagare o permessi di soggiorno da ottenere. Sono marines, sono l’élite. Il loro orgoglio traspira con il sudore mischiato alla polvere delle battaglie che ancora devono combattere. David, il più adulto dei quattro, viene dal North Carolina, è sposato e ha due figli piccoli. Rob è dell’Alabama, mentre Jake e Tom sono del West Virginia. "La strada per andare all’aeroporto di Kabul è la più pericolosa dell’Afghanistan, per ben due volte il mio mezzo è stato attaccato, una volta un kamikaze, un’altra un ordigno", racconta David mostrando la cicatrice ancora arrossata sulla fronte. "Nel momento dell’esplosione non fai neanche in tempo ad avere paura, più che altro sei sorpreso e la prima cosa a cui pensi è controllare i tuoi compagni, poi alla tua famiglia. Sei grato di essere vivo e di poter ancora parlare con loro". Tom solo poche settimane fa si trovava nella provincia di Kandahar, a sud. Lui e la sua unità avevano ricevuto indicazioni su una casa dove si nascondeva un gruppo di Taliban: un aereo avrebbe sferrato il primo attacco e poi loro avrebbero finito il lavoro e contato i corpi. "Quando esci sai che ucciderai delle persone, ma sai anche che sono soltanto nemici. Noi siamo qui per aiutare questo Paese e proteggere gli americani, ma dobbiamo prima di tutto restare vivi. A quel punto ogni cosa che si muove può essere ostile". Tom è il più arrogante della compagnia, avvolto nei tatuaggi che gli spuntano da sotto le maniche. Il più vecchio del gruppo, David, gli lancia un’occhiataccia: "Molti di noi non saprebbero neppure trovare l’Afghanistan su una mappa, cresciuti imparando a malapena la storia degli Stati Uniti e credendo che solo un pazzo non desidera il nostro stile di vita. Questa esperienza mi ha insegnato che non è così, ma restiamo marines e non lasciamo mai un lavoro incompleto". Jake borbotta che "questa situazione" non gli piace, mentre si dondola sullo sgabello. Dice di sentirsi frugato, non vuole parlare di nulla che non abbia a che fare con il calibro delle armi che lo accompagnano, piuttosto che del nuovo videogioco di guerra in uscita. Ha 22 anni e un futuro di incubi che lo aspetta. Ma lui, come i suoi commilitoni, crede di essere invincibile. "Paura? Non abbiamo mai paura. Per questo siamo i migliori, per questo gli altri militari ci guardano come se fossimo unici e quando torneremo a casa saremo eroi per il nostro Paese". Jake non sa che nel 2005 tra i soldati americani impegnati in combattimento in Iraq e Afghanistan, ci sono stati più di seimila suicidi. No. Non vuole crederci. Rob invece annuisce. "Non è facile tornare a casa. La guerra che tu lo voglia o no ti cambia. Non è solo avventura o adrenalina, se ti fermi e ti rendi conto che stai uccidendo delle persone, capisci che questo lavoro non puoi più farlo. Allora pensi ad altro, alla tua famiglia e a come rassicurarla. Ma dentro di me so che non potrò mai più tornare veramente a casa. Perché una volta che vai in guerra, e ne diventi parte, il resto del mondo non ti appartiene più". Jake ha già servito in Iraq, poi è tornato a casa e dopo qualche mese ha chiesto di essere rispedito nonostante le suppliche della moglie. "Quando fai certe cose, anche se per il tuo Paese, sai che tutto cambia". Gli altri guardano Jake con stupore, lui è un duro ma più che tutto sembra un giovane uomo stanco. "Uno dei miei migliori amici è morto", spiega. "Ecco perché sono tornato in Afghanistan a finire quello che lui aveva cominciato. Come ci si sente quando un fratello muore? Come se il mondo ti crollasse addosso, ma in realtà diventi più forte e determinato. E il nemico va fatto a pezzi". Il maggiore David ha votato alle primarie dei democratici e ha scelto Obama, personaggio che secondo lui "rischia di essere ucciso", perché gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente nero. "La politica definisce la nostra missione, spesso vediamo cosa fanno gli altri contingenti e sappiamo che noi combattiamo perché siamo i migliori, altri costruiscono ospedali e chiacchierano con la gente, noi invece ci sporchiamo le mani". È difficile fare breccia nel muro di diffidenza e ideologia, ritrovare quei ragazzi che un tempo correvano sulle biciclette fino all’angolo della strada e tornavano indietro al richiamo delle loro madri. Ora sono sposati e facendo turni di sei mesi, che di solito raddoppiano, vedono crescere i loro figli attraverso le web cam. La tecnologia li aiuta a essere presenti nelle vite delle loro famiglie come non era mai successo nelle guerre precedenti. "Mia moglie quando si rompe qualcosa in casa me lo mostra con la telecamera e io le dico come aggiustarlo", racconta David. "Non ci sono fisicamente ma mi sento parte della loro vita, delle decisioni che vanno prese". Rob, che viene da una famiglia in cui tutti i maschi sono militari, ha una fidanzata da qualche parte in Asia che gli scrive mattina e sera e-mail alle quali raramente riesce a rispondere. "Non ho molto da dire, va tutto bene. Quelli che stanno dall’altra parte lontano da queste montagne brulle e dai deserti non possono capire. E non devono sapere". Le radio appese ai giubbotti gracchiano incomprensibili, ma nessuno dei quattro marines ci bada. Pensano a casa, loro. Pensieri privati che oggi si ritrovano a condividere, In questa sala dove il "vecchio" è David, con i suoi 40 anni. "Quando sei giovane pensi a esplorare il mondo, all’avventura. Molti di questi ragazzi non sanno di essere qui per aiutare questo Paese e non per piantare la bandiera americana. Ma fanno il loro lavoro, eseguono quello che viene ordinato, sapendo che non ci sono limiti se si deve ottenere un risultato o se si deve proteggere un compagno". Le regole d’ingaggio degli americani sono molto più flessibili di quelle che regolano gli altri contingenti: chiunque venga ritenuto ostile può essere abbattuto, sia pure una donna oppure un bambino che non capisce che deve fermarsi quando passa il blindato. Sparano contro tutto per proteggere se stessi e una missione che non sono sempre in grado di spiegare. Sono pronti a tornare a combattere ogni volta che viene loro chiesto. Ma ci sono cicatrici che non sono soltanto segni fisici: più di 30mila feriti in Iraq e Afghanistan sono tornati negli Stati Uniti e combattono una guerra ancora più difficile, quella di sopravvivere alle mutilazioni, allo sguardo della gente che di conflitti non vuole sentirne più parlare e a una società che non sa che farsene di una persona fatta a pezzi dentro e fuori. I traumi psicologici sono devastanti. Tra quelli che tornano a casa uno su quattro finisce per picchiare la moglie, alcuni la uccidono, decine sono morti in incidenti stradali perché hanno perso il controllo della pace che li circonda. Rob, David, Jake e Tom sono carne da macello. Così come i loro nemici avvolti dalle cinture esplosive, pronti a morire per una causa che li uccide, in una guerra di cui loro non vedranno mai la fine. Con loro portano soltanto quello che conta: Rob una Playstation, Jake quattro peluche regalatigli da un’amica, David il suo album di matrimonio e le foto dei figli, Tom le medaglie del padre, veterano della guerra del Vietnam. Un’altra guerra persa. (Foto dell’agenzia Corbis) D LA REPUBBLICA DELLE DONNE
 
 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “HEI JOE DOVE STAI ANDANDO CON QUEL FUCILE IN MANO? (jimi hendrix)

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