KABUL – Sotto le dita che sfregano il dorso delle mani non si può non notare le profonde cicatrici delle bruciature. Le escono anche dal colletto ben stretto, appena visibile su una guancia avvolta in un velo nero che le cattura il viso. Si vedono sulla fronte, lingue di fuoco coperte da un trucco pesante. Nella sua divisa grigia, seduta dietro a una scrivania di poco prezzo, Ferzana aspetta. E’ una delle poche poliziotte che esistono in Afghanistan, uscite dall’accademia dopo qualche mese di preparazione si gettano in un mondo che spesso non le sostiene e non le vuole. Ma Ferzana ha una missione: aiutare e ascoltare le donne perché non accada di nuovo quello che è successo a lei. Secondo le organizzazioni umanitarie, il 90% delle donne afgane subisce violenza, soprattutto in famiglia.

L’ufficio di Ferzana in un quartiere centrale della capitale dovrebbe essere gremito, invece è sempre vuoto. “Due giorni fa è venuta una donna, ma erano settimane che non si vedeva nessuno. Hanno paura e noi non possiamo andare da loro, i nostri capi ci dicono che non è sicuro per noi”.

In Afghanistan le donne poco istruite e povere, la maggior parte, sono oggetti che appartengono ai maschi della famiglia, prima al padre e presto al marito. Macchine per fare figli, cucinare e lavare. La società afgana non riesce ad accettare che le donne abbiano indipendenza e autorità e l’insorgenza talebana dal canto suo, ha riportato le donne agli anni bui della loro dittatura (1996-2001) soprattutto nel sud del paese, dove le famiglie avevano ricominciato a mandare le figlie a scuola e ora le stanno ritirando per gli attacchi dei militanti.

Ferzana sa cosa passano le donne afgane, lo ha vissuto sulla sua pelle bruciata. Sua madre morì quando lei era solo una bambina. Cresciuta dal padre nella provincia di Logar, a sud di Kabul, ha imparato i rudimenti del leggere e scrivere. A 13 anni, combinato il matrimonio, ha sposato un uomo più vecchio del padre. A 15 ha partorito il primo di sei figli. E con l’arrivo dei talebani si è trasferita in Pakistan, dove il marito disoccupato  ha sposato una ragazza più giovane.

Ferzana depressa, confusa, senza sapere bene come le donne venivano trattate dai Talebani, decise di fuggire, tornare a Kabul, reclamare la terra che suo padre le aveva lasciato quando era morto. Voleva aiutare la famiglia a sostenersi. Ma un giorno i Talebani arrivarono, dissero che doveva aver ucciso il marito visto che non era con lei. Gli unici parenti, familiari del marito non l’aiutarono perché volevano la sua terra. Venne accusata di omicidio e “buttata” nella prigione femminile di Kabul. Chiusa in un piccola cella Ferzana cedette alla disperazione.

“Ho urlato per mesi che ero innocente. Urlavo fino a perdere la voce, ma nessuno mi ascoltava”, dice, oggi da donna adulta e forte. Dopo sei mesi, si chiuse in una latrina e cercò di dare fuoco ai vestiti. “Le fiamme mangiarono il tessuto, poi i capelli, le mani, il viso. Il dolore era tremendo ma morire era meglio che vivere in prigione. Non conoscevo nessuno a Kabul, nessuno è mai venuto a farmi visita. Avevo due bambine e quattro maschietti in Pakistan e mi mancavano”.

Ma Ferzana non morì. E pochi giorni dopo i talebani la rilasciarono. Il marito ha divorziato e non ha più rivisto i suoi figli. Di quel periodo le restano le cicatrici. Ma anche una causa. “La prima donna che è arrivata qui mi ha raccontato che suo marito non aveva un lavoro, che stava a casa tutto il giorno e la picchiava sempre. Le aveva fatto saltare due denti, le metteva un cuscino sulla bocca così i vicini non la sentivano urlare. Succede in continuazione e le donne hanno paura di parlare. I mariti hanno diritto di ucciderle per salvarsi dal disonore di avere quella che per loro è una cattiva moglie. Un giorno forse troveranno la forza di denunciare. E io ci sarò, questo è il mio lavoro, perché quando una donna dice di essere innocente qualcuno dovrebbe ascoltare”

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “EROINA AFGANA

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