Tre giorni fa siamo andati insieme nel triangolo della morte a sud di Baghdad. Sono entrata nella sua macchina, ho salutato con un cenno le sue guardie del corpo. Tahseen al Shaikhli, il portavoce del piano per la sicurezza di Baghdad senza esitazione mi ha lasciato entrare nel suo mondo. Lavorava a fianco degli americani, ma per il suo paese. Ha tentato di sradicare al Qaeda da Baghdad parlando incessantemente con i leader tribali sunniti e sciiti perché lo aiutassero nel suo compito. Molti lo hanno ascoltato, in alcune zone dove dieci mesi fa non si osava entrare, ora con discrezione si arriva. A Dora, a Mahmoudia non ferve la battaglia.

Ora, in questo momento Tahseen sta pagando il prezzo del suo lavoro. Ieri uomini armati sono entrati in casa sua, hanno ucciso le sue tre guardie del corpo, ferito la moglie e il figlio, messo a ferro e a fuoco la casa e lo hanno trascinato via. Un uomo corpulento, dai modi gentili e la battuta pronta, i suoi amici sceicchi molto preoccupati per lui sperano che se deve morire, lo uccidano subito e non lo torturino a lungo. Il dito è puntato contro le Milizie di Muqtada, al Sadr, il leader radicale sciita che sta combattendo contro altre fazioni sciite nel sud e anche contro l’esercito iracheno.

Il premier Al Maliki è a Bassora per dirigere un’operazione che dovrebbe riportare l’ordine e la legge in una città dove per mesi hanno lottato per il suo controllo i miliziani sciiti. Non ci riesce molto bene. “Ci batteremo fino alla fine”, ha detto il premier che deve dimostrare di poter combattere senza l’aiuto degli americani. Ai sadristi sono rimaste 48 ore per arrendersi. Ma al Sadr è un osso duro. Oggi mezza Baghdad è scesa in piazza, giovani ragazzi arrabbiati che mostravano le foto di al Maliki e lo chiamavano dittatore. Anche al Maliki è sciita. Ma ormai si combatte per il potere, non è più un problema religioso. Il petrolio conta di più. 60 morti a Kut, decine a Hilla, quasi 200 in tre giorni a Bassora, 40 a Baghdad. Infuria la battaglia. Viene attaccato un oleodotto, ma il ministro del petrolio si è assicurato subito di informare che l’estrazione del greggio non verrà compromessa.

E io che volevo raccontare la storia del direttore dell’orchestra sinfonica di Baghad. Perché non esiste solo la guerra. E’ arrivato all’appuntamento in giacca e cravatta, il maestro Karim Wasfi. Neanche chiudere la porta è bastato a fermare il suono degli incessanti colpi di mortaio. Siamo a nord di Baghdad non lontano dai quartieri dove si combatte. Sui tetti cecchini, alle finestre uomini con i volti coperti che imbracciano rpg.

Si parla di musica, ma gli scambi di fuoco e i colpi di mortaio si fanno più vicini. Troppo vicini per stare tranquelli. Salam, il traduttore sciita scuote la testa, i suoi bambini sono a scuola ed è molto preoccupato. Mashkoor invece, autista sunnita ha paura. Se venisse intercettato dai miliziani verrebbe giustiziato all’instante.

E’ questa Baghdad oggi, il luogo dove il presidente Bush dice che ci sono stati progressi. “Pagliaccio”, dicono gli iracheni, lui e tutti i politici. Salam e Mashkoor vengono congedati, vanno a casa, mentre con il direttore racconta la sua vita vissuta all’estero per studiare musica e la scelta di tornare. “Si tratta di dare un contributo al proprio paese anche se può sembrare folle”, dice montando in macchina per cercare un posto più sicuro.

La battaglia si muove velocemente, è pericoloso ma non troppo, gli americani circondano i quartieri, ma non intervengono, il premier promette di non fermarsi fino a quando i militanti si saranno arresi.

Dentro alla zona verde, piovono razzi. Solo qualche ferito, ma la paura paralizza il cuore del potere costretto a trascorrere la giornata nei bunker e lontano dalle finestre.

Trema Baghdad come se ci fosse di nuovo quella guerra. Nell’aria l’odore acre della polvere da sparo, la gente chiusa a casa qui come nel sud dove è ancora imposto il coprifuoco.

Karim il direttore attraversa la città vicino al sedile ha una pistola. “Lo so non si addice alla musica, ma siamo in una giungla”. Più ci si allontana dalla battaglia, più Baghdad sembra addormentata. Canta il muezzin in centro e invita alla preghiera, ma nessuno corre verso la moschea.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “FUOCO E MUSICA

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