MAHMOUDIYA – E’ stato un ordigno piazzato su una strada, il giro di boa per gli americani. Un’esplosione, una vettura squarciata, quattro soldati americani dei quali non si conosce il nome in attesa che vengano avvisati i familiari. Ma non solo quattro soldati, sono il tremilanovecentonovantasei, novantasette, otto, nove e 4000. Morti negli ultimi cinque anni dall’invasione americana. Tanti come gli Stati Uniti non immaginava di poterne perdere. Gli iracheni non ci badano molto. La cifra non li stupisce affatto, loro d’altra parte possono piangere centinaia di migliaia di persone uccise molte delle quali non hanno mai combattuto.

“Se solo fosse più sicuro – dice Ali, un giovane studente all’università di Baghdad – ma un giorno sembra meglio e quello dopo ci sono cento morti. Ormai da noi si parla della sicurezza come del tempo. Oggi è bello, domani farà brutto, questo fine settimana non si esce”. Eppure tutti sembrano lavorare freneticamente. Meno visibile in città la presenza degli americani, massiccia quella della polizia e dell’esercito iracheno.

Non hanno l’aria rassicurante, sembrano più dei ragazzini che hanno appena lasciato i campi per mettersi un paio di anfibi scomodi e imbracciare un fucile. Intanto però a Baghdad si muore meno, giurano le autorità americane, “dove?”chiedono gli iracheni confusi. “Forse è vero, ma solo perché viviamo in gabbia”. Baghdad non è più quella di una volta, dove ogni quartiere rappresentava un piccolo mondo, c’era quello dei sunniti, degli sciiti, quelli misti, ora il conflitto interreligioso ha spinto fuori molti sunniti verso ovest. Baghdad è una città blindata. Ma quelli che stanno al sud, in quello conosciuto a Baghdad come il triangolo della morte sunnita, resta inviolato. Più sotto si corre verso le sciite Hilla, Najaf, Karbala, ma appena a nord a Mahmoudia, a Latifiya dove sono stati rapiti o uccisi diversi giornalisti stranieri, tutto è in mano ai sunniti. Fino a qualche mese fa era una delle roccaforti di Al Qaeda in Iraq, una zona rurale, piena di palmeti, dove la gente delusa dal governo e allettata dai militanti per anni si sono uniti alla resistenza.

Poi, il tracollo, troppe operazioni militari, troppi arresti e troppi morti iracheni hanno fatto sì che i capi tribali riprendessero il potere.

La “nuova strategia” americana dopo aver epurato dei militanti: cercare di collaborare con la popolazione capire le loro esigenze e soddisfarle. Per qualcuno sarebbe comprali. Offrire casa, pagare l’affitto, un lavoro. Questo in cambio della resa.

“Non ci sono attacchi contro di noi da novembre”, ci dice un ufficiale americano camminando sotto un sole cocente nella via principale di Mahmoudiya. Si toglie l’elmetto manifestando una sicurezza tradita dallo sguardo attento. Intorno ci sono centinaia di soldati tra americani e iracheni che pattugliano la strada, uno ogni quindici metri. Se fosse veramente sicuro non servirebbero. O forse sono solo prudenti. Solo due negozi sono aperti. Non c’è lavoro per nessuno. Né acqua, né elettricità. Famiglie di sfollati vivono nelle baracche, hanno perso tutto, vivono con niente, i bambini non vanno neanche a scuola. Nel villaggio di qualche migliaio di abitanti ci sono 250 vedevo, 300 orfani.

“Ci sono stati significativi progressi. Tuttavia il nemico è tenace e non si arrende, ma nemmeno noi – afferma il colonnello Patrick Evans, portavoce militare americano – c’è ancora molto lavoro da fare”. Molto perché Baghdad una città irriconoscibile rispetto a un anno fa, sembra inghiottita da una colata di cemento. Ci sono muri ovunque, barriere grigie che circondano i quartieri, incanalano la vita della gente. Gente frustrata pronta ad esplodere. Basta poco. In mezza capitale sono calate le saracinesche dei negozi. Lo ha chiesto l’esercito di Moqtada al Sadr, il leader radicale sciite, che dal luglio scorso bene o male rispetta una tregua, che ha fatto calare gli attacchi contro gli americani e i sunniti del 60%. Vogliono che siano restituiti i detenuti che appartengono alla loro milizia. Non sono contenti, se saltasse la tregua tutti i successi di cui si vantano gli americani si frantumerebbero al primo colpo di mortaio.

Giornalista di guerra e scrittrice

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