BAGHDAD – Alla Chiesa della Vergine Maria è tutto pronto per celebrare la Pasqua. Anche a quella di Attauk dove un anno fa ci fu un’esplosione. Non ci si può più arrivare in macchina ci sono degli enormi blocchi di cemento e un poliziotto armato che non lascia avvicinare nessuno. Ce ne saranno di più per Pasqua, ma i cristiani a Baghdad continuano a non sentirsi al sicuro.

“Dicono che la situazione è migliorata, ma non per noi. “Questa guerra ci sta sterminando, chi non è morto vuole andarsene, presto, non ci saranno più cristiani in Iraq”, ci dice Mariam, un’impiegata del ministero per la Pianificazione, quarantenne, non porta il velo né ha intenzione di metterlo. “Noi cristiani eravamo qui prima dell’arrivo degli estremisti, noi siamo la Gente del Libro, rispettata dal Maometto e il Corano e soprattutto siamo iracheni, questo paese è nostro quanto di tutti gli altri”. Lei alla funzione di Pasqua ci sarà, così come è andata ieri. E’ appena tornata dal Cairo dove è stata per lavoro con una collega musulmana della quale è molto amica. “Per noi non ci sono differenze, ognuno può credere nella sua religione, dio è uguale per tutti”, afferma Mariam mentre racconta della vita dei cristiani dopo l’invasione americana e la caduta di Saddam Hussein: minacce di morte, rapimenti, assassini e un esodo che ha dimezzato la comunità cristiana in Iraq. Da un milione e duecento mila a poco più di seicento mila presenze sparse nel paese, soprattutto in città come Baghdad, Kirkuk e Mosul, dove la settimana scorsa è stato ritrovato il corpo dell’arcivescovo Caldeo Rahoo.

“Vogliono che ce ne andiamo, il disegno è questo”, dice una suora che lavora all’ospedale di San Raphael, ha molta paura, non esce quasi mai. Una volta amava passeggiare per il quartiere, guardare i bambini che giocavano, avventurarsi fino al fiume. Ora non esce più, il mondo dei cristiani si è ristretto alle mura di casa con le porte inchiodate dalla paura. “La situazione è leggermente migliorata – spiega Nizar Hishab Polis – un venditore di alcolici che da qualche giorno ha riaperto il suo negozio – l’anno scorso i militanti hanno appiccato il fuoco, abbiamo chiuso tutti, ma ora c’è più polizia, speriamo bene, speriamo che continui e non sia solo una fase”.

Intanto domani andrà con la moglie e la figlioletta in chiesa, poi si riunirà con il resto della famiglia a casa e faranno un gran pranzo, niente gita fuori porta il lunedì, di solito andavano a fare un picnic sul fiume Tigri ma ora non si può neanche pensarlo.

A Mosul non è stato ancora deciso se ci sarà la messa di Pasqua, da quando è morto l’arcivescovo altre tre persone sono state rapite, una è riuscita a fuggire, ma è stata crivellata di colpi d’arma da fuoco dai sequestratori. Molti cristiani sono furiosi. “Gli americani hanno fatto questa guerra in nome della democrazia, e noi ne stiamo pagando il prezzo questo doveva essere un paese libero, invece ci stanno uccidendo tutti. Gli americani per non essere visti come un esercito cristiano fanno di tutto per ignorarci”, dice Hamid, un commerciante che non sa ancora se parteciperà alla funzione. Troppe bombe, troppe intimidazioni, donne costrette a portare i velo, molestate per le strade, alcune aggredite, qualcuno ha tolto le croci da tetti delle chiese, mentre alcuni preti costretti a vestire in borghese nella città di Mosul, non dormono a lungo nello stesso posto. Alcuni sono troppo stanchi, “L’unica soluzione è di imbracciare le armi. Si vive o si muore. Dobbiamo essere forti”, tuona padre Ayman Danna della Chiesa Cattolica Siriana. Ma la maggior parte della comunità non crede nella violenza: “Questa è la nostra terra, quella dei nostri padri, dobbiamo continuare a vivere qui in pace e armonia – ci ha detto il Cardinale Emanuel Delli III, capo della Chiesa Caldea in Iraq – nonostante le perdite e il sangue. Staremo qui fino all’ultimo respiro”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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