BAGHDAD – Un bunker, questa è Baghdad cinque anni dopo. Cemento, grigio, muri, file, posti di blocco, questa è la città liberata.  Lungo la strada dall’aeroporto al turbolento quartiere di Karrada una volta vivace cuore commerciale della capitale, quasi non si vedono più le case.

Il cemento ha preso il sopravvento, enormi muri che costeggiano la strada e incanalano le vite degli iracheni. “E’ per la sicurezza, è per la sicurezza”, ripete la gente, i poliziotti, gli americani. Baghdad è diventata un labirinto grigio, dove da qualche parte si nasconde il minotauro.  Non era mai stata così. Adesso i quartieri circondati dalle barriere hanno solo due uscite per i residenti che vengono accuratamente perquisiti. E’ una città desolata dove a 30 gradi neanche il sole accenna ad uscire trattenuto da una coltre di nubi impenetrabili. Verso sud un fungo di fumo spacca il cielo. “Deve essere un’esplosione”, dice Mashkoor l’autista che sfreccia per le strade intasate vicino ai posti di blocco, raccontando e scherzando su un paese che non riconosce più.

Baghdad è più sicura dicono gli americani. “Siamo più al sicuro? Certo viviamo in prigione. Veniamo controllati quando usciamo, quando entriamo, controllano le nostre macchine, i nostri corpi, la roba che abbiamo in borsa o nei sacchetti della spesa. Questi muri ci impediscono di vedere il tramonto o di salutare il vicino del palazzo di fianco. Certo siamo più al sicuro. Ma questa è vita?”. Mashkoor vuole che veda il parco di Abu Nawaz. Da lontano sembra un miraggio, ci sono mamme che giocano con i loro bimbi, papà che comprano palloncini, ragazzi e ragazze che passeggiano tra i viali alberati, signori anziani seduti sulle panchine che chiacchierano. Tutt’intorno muri e ancora muri. Per entrare posti di blocco e posti di blocco. “La sicurezza è imponente qui, ci sono talmente tanti bambini”, spiega l’autista. Fa tenerezza vedere la boccata d’aria alla quale sono accorsi gli iracheni, sembra l’ora d’aria che si concede ai detenuti.

Le mamme parlottano e si disperano. “E’ diventato incredibilmente difficile fare qualsiasi cosa, mandare i figli a scuola, fare la spesa, sono cinque anni che non vado a mangiare in un ristorante”, dice Sharin pensando a qualcosa di frivolo che le piacerebbe fare.

I politici stanno lavorando. “Non nominarli nemmeno. Quella gente ha distrutto il nostro paese. Ci ha diviso, ci ha ucciso”. Era meglio Saddam? “Nessuno rimpiange Saddam, ma perché bisogna avere sempre lui come termine di paragone, è come dire: preferisci che ti sparino o ti impicchino? Noi vogliamo vivere”. Sharin si accende, la sua irritazione è concreta come il muro che ha di fronte. E’ stato dipinto, ci sono delle scene antiche di Babilonia che ricordano un po’ quelle dei faraoni. Altri muri sono stati dipinti con immagini di Baghdad quando ancora non c’erano le macchine, si vede il fiume, la gente che va a comprare il pane, le carrozze tirate da cavalli. “Sono trascorsi cinque anni dalla guerra e non c’è stato alcun miglioramento. Continuiamo ad affondare nel cemento, tra poco ci sommergeranno, sarà casa e bara allo stesso tempo”, dice un signore sulla sessantina circondato dagli amici. “Con Saddam sono stati tempi duri, ma avevamo la speranza che un giorno sarebbe morto o se ne sarebbe andato e il nostro paese sarebbe fiorito. Ora la nostra speranza è stata infranta. E non sappiamo più cosa sognare”.

La guerra in Iraq sta facendo capolino nel suo sesto anno, gli americani sono ancora qui, la militanza non accenna a stancarsi, si combatte per le strade e nei villaggi.

Quello che è cambiato è il resto del mondo, che poco si occupa di quello che accade in Iraq. “Siamo ormai solo una delle tante guerre in giro, una spina nel fianco nella politica degli americani, un dibattito nella loro campagna elettorale – dice il vecchio brandendo il dito – quando vi accorgerete che siamo persone?”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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