ISLAMABAD – La maggior parte di loro non voterà. Alcuni, i più istruiti, aderiranno al boicottaggio delle elezioni che si terranno lunedì.  Molti non votano perché non sono neanche registrati, non hanno documenti, a mala pena sanno quando sono nati, non sono capaci neanche scrivere il loro nome. Quelli che varcheranno i seggi, lo faranno in nome di Benazir Bhutto, l’ex premier leader del partito popolare, uccisa il 27 gennaio scorso. La sua morte ha attirato la simpatia di molti e soprattutto dei poveri, i suoi maggiori sostenitori, tra questi tutta la comunità cristiana, il fanalino di coda di un paese sull’orlo della crisi economica, schiacciato dal fondamentalismo dilagante eppure speranzoso che qualcosa cambi prima o poi. A JM Markez, un quartiere residenziale dove vive la classe media di Islamabad, tra due file di palazzi grigi bisogna superare una discesa ripida per imbattersi in una colonia di bidonville nascosta dalla vista della strada. Ci sono delle casupole di mattoni di fango costruite alla rinfusa che pullulano di bimbi impolverati con gli occhietti vivaci che scorrazzano tra le immondizie.

Un quartiere abusivo, il ghetto dei cristiani con ironia chiamato Musharraf Colony in nome del presidente che ha fatto meno per loro. Azra, una donna vestita di viola ci viene incontro con una squadra di bambini tutti suoi, e subito ci offre di andare a casa sua a prendere il tè. Viene dal Punjab, non è sicura di quanti anni ha, tra i trentacinque e i quaranta e abita da sette anni nella capitale dove il marito lavora come uomo delle pulizie. Sono cattolici e hanno otto figli, quattro bambine dagli occhi stupendi e quattro maschietti che le si stringono intorno alla gonna.  Giura ridendo che non farà più figli, “otto sono abbastanza”, soprattutto perché non hanno soldi, non hanno speranze di un lavoro, non hanno neanche la possibilità di mandarli a scuola. Nessuno dei bambini della colonia riceve un’istruzione, ma è il meno per le famiglie che vivono in quei trecento scatoloni di fango dove non c’è elettricità, acqua, gas o fognature. E’ un buco nella terra dove la gente brulica e aspetta che qualcosa succeda. All’entrata del ghetto cristiano c’è un manifesto della Bhutto, l’ex premier è l’unico politico che rispettano, anche se morta continua a vivere nelle loro speranze.

Sono tre milioni i cristiani in Pakistan, un milione e duecento registrati al voto, “Ma io chiedo ai cristiani di non votare, queste elezioni sono una frode e Musharraf è un dittatore”, ci dice Julius Salik non lontano dal quartiere cristiano nel suo ufficio dove ha organizzato un sit in di protesta. Sua moglie Maria porta tè e biscotti, mentre il marito aizza gli amici a protestare contro la quota destinata alle minoranze. “Dieci seggi da dividere tra sich, indù, cristiani, buddisti, ma quello sarebbe nulla se non fosse che  non vengono eletti da noi, ma nominati proporzionalmente dai partiti che vinceranno”.

Nel cortile ha costruito una gabbia con dentro le dieci sedie che spetterebbero loro al parlamento. Julius ex ministro per le minoranze ai tempi del secondo mandato della Bhutto, non è nuovo a queste iniziative, la protesta convenzionale non è il suo forte, nel 2001 in solidarietà agli afghani attaccati dagli americani si è trasferito in una gabbia, ha fatto scioperi della fame, si è auto lesionato, ha dato fuoco ai suoi vestiti, è stato arrestato sette volte, e nominato dalla Bhutto come candidato per il premio Nobel per la Pace nel 1996. “A causa di leggi restrittive, siamo banditi da stipendi, dall’istruzione, dalle opportunità lavorative dei musulmani”, dice Julius che è sempre pronto a combattere. Non solo, la stretta alleanza del governo di Musharraf negli ultimi cinque anni con la coalizione di partiti islamici, per i cristiani ha rappresentato un passo indietro che ha compromesso la liberà di pensiero, di coscienza e di fede. Anche se viene diffuso un messaggio moderato, nelle scuole pakistane, i testi scolastici approvati dal ministero insegnano che gli ebrei sono avidi strozzini e i cristiani sanguinari crociati.

Il maggio scorso un cristiano è stato imprigionato e condannato a morte. Il suo crimine? Aver detto ad un gruppo di musulmani di fare silenzio mentre piangevano la morte di un loro nipote che stavano seppellendo. Gli uomini lo accusarono di blasfemia.  “I rapporti qui ad Islamabad con i musulmani sono buoni”, dice Julius, ma in molte altre città la situazione è difficile, i cristiani non mostrano i loro simboli e a volte gli vengono offerti soldi per diventare musulmani.

Giornalista di guerra e scrittrice

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