ISLAMABAD – Antum Aqeel Khan è un uomo felice con il suo faccione  stampato su un enorme manifesto appeso su uno dei suoi palazzi in costruzione in un quartiere di Islamabad. Antum, un noto costruttore, era uno dei candidati della Lega Musulmana dell’ex premier Nawaz Sharif che insieme a quello Popolare di Benazir Bhutto che hanno vinto le elezioni in Pakistan.

Circondato dai suoi sostenitori passeggia in strada con le macchine che ingolfano il traffico per salutarlo. Su 238 mila voti ne ha ottenuti 61.485, come dice senza perdersene uno. “Sono contento, ma non è stata una sorpresa – afferma sotto un sole caldo intrappolato in un orribile completo di cotone azzurro – Quello sorpreso sarà il presidente. Se fossi in lui mi dimetterei subito, altrimenti appena si formerà il governo ci daremo da fare per avviare le procedure per l’impeachment. Quell’uomo è finito e anche la politica di servilismo verso gli Stati Uniti, la relazione sarà cortese”.

Anche perché i leader dei due partiti in testa, il partito Popolare guidato dal vedovo della Bhutto e la Lega Musulmana di Sharif, hanno sbaragliato lo sconfitto partito del presidente. L’affluenza è stata del 46%. Meno bassa del previsto, e la sconfitta non può che bruciare ancora di più. Lo sparano con chiarezza i titoli in prima pagina dei giornali locali: “A casa tutti gli uomini del presidente” e ancora “La democrazia è stata vendicata”.

Ma Musharraf non se ne va, ha accettato la sconfitta e si dice pronto a vegliare come un padre sul nuovo premier. Favorito al posto Amin Fahim, un uomo che piace a tutti, vice presidente del partito della Bhutto. “Pochi considerano che un uomo disperato e senza niente da perdere, può fare qualunque cosa, figuriamoci un dittatore appoggiato dall’esercito”, ci dice Ibrahim Yousaf Zai, un noto analista politico di Peshawar.

La delusione maggiore dopo l’abbandono del suo popolo, però, il presidente deve averla avuta dagli Stati Uniti: “E’ chiaro che il Pakistan ha fatto un passo verso il ritorno della democrazia, ci congratuliamo per lo svolgimento di queste elezioni”, ha detto Tom Casey, il portavoce del Dipartimento di Stato. Musharraf per anni è stato uno dei più stretti alleati degli americani nella lotta al terrorismo beneficiando di centinaia di milioni di dollari per combatterlo. Intanto il viso del re, come lo chiamano i pachistani, è già scomparso da tutti i manifesti del suo partito.  “Ci sono già consultazioni tra il partito Popolare e quello di Sharif, formeranno una colazione,”, conferma Antum. Un governo debole, per gli analisti politici, che sottolineano la diversità delle due formazioni, il partito dei poveri guidato dalla dinastia dei Bhutto che si veste di parole come democrazia e libertà e quello di Sharif cresciuto in una famiglia di mercanti e che ora predica, almeno lo ha fatto fino alla campagna elettorale, la restaurazione della Sharia, della legge islamica. “Il ruolo dei militari nella politica deve finire per sempre, dobbiamo essere uniti contro la dittatura. Rimetteremo i giudici deposti da Musharraf al loro posto alla Corte Suprema e, rispetteremo la Costituzione”, ha detto Sharif che nel 1999 è stato cacciato proprio da Musharraf con un colpo di Stato. E il presidente sorprendendo, annuisce: “Deciderà il parlamento sulla sorte dei giudici”. Quello di ieri doveva essere un giorno di lutto per il paese, si erano predetti brogli, gente in piazza, sangue che scorreva per le strade. Non è accaduto. Il Pakistan è calmo e festoso come non accadeva da mesi, nessun incidente, nessuna bomba, perfino i talebani hanno fatto una pausa mentre le mogli pakistane sorridono ancora per aver fatto incetta in questi giorni di generi alimentare  che avrebbe permesso alle loro famiglie di chiudersi in casa qualora fosse scoppiata la rivoluzione. Previsione sbagliata, la rivolta è stata silenziosa e dolce la vendetta dei pachistani

Giornalista di guerra e scrittrice

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