AKORA KATTAK – Il cancello si apre su un’enorme spiazzo che da una parte si affaccia su una moschea all’aperto e dall’altra su una serie di palazzine punteggiate di asciugamani colorati stesi ad asciugare su balconcini affollati di ragazzi. Hanno tutti la barba, chi più e chi meno a seconda delle età e lo stesso sguardo fisso di chi vede qualcosa di curioso. Non sono tante le donne straniere che varcano la soglia della più grande madrassa, scuola coranica, in Pakistan: Darul Oulum Haqqania, la Casa della conoscenza. Una cinquantina di km da Peshawar. Qui si impara a memoria il Corano, ma anche che è giusto combattere contro gli invasori, contro gli stranieri e che il mondo migliore è quello dove la Sharia, la legge islamica mette in ordine la vita di tutti.

Il portone si chiude con uno schiocco. Non si può fuggire da quella che per molti è la tana dei lupi, si può solo andare avanti verso una tenda che uno studente dalla pelle chiara scosta con la goffaggine e il sorriso un po’ ebete di chi non è abituato alle buone maniere.

Un lungo sentiero stretto si snoda tra le mura grigie delle casette di quello che è il quartiere degli insegnanti. Il vicedirettore della scuola aspetta nel suo minimalista salotto seduto con le gambe incrociate su un materasso circondato dai suoi assistenti, uomini con la barba nera e il turbante.

Se non fosse via per un affare importante, ci assicura il Maulana Syed Yousuf Shah, ci avrebbe ricevuto il fondatore della madrasa, Sami ul Haq, leader del partito Jamiat Ulema i Islam, ma soprattutto il padre dei Talebani. E’ da questa scuola che all’inizio degli anni ’90, i militanti del mullah Omar partirono per conquistare il sud dell’Afghanistan e poi Kabul. Il maulana non c’è, si trova negli Emirati Arabi per raccogliere finanziamenti, il suo vice non ha voglia di dire perché, “ci sono tante cose da fare qui”, afferma lasciando cadere l’allusione che a qualche centinaio di km dall’altra parte del confine, in Afghanistan si combatte una guerra che costa molto.

“Come vedete qui non ci sono terroristi, le nostre porte sono aperte a tutti, il nostro pensiero è chiaro, vogliamo solo uno stato islamico per il bene dei musulmani”. Non farebbe una piega se non fosse, che questo Stato i talebani cercano di imporlo con violenza a tutti. Nella madrassa ci sono 3500 studenti che vengono da ogni parte del paese, i più piccoli studiano a memoria il Corano, gli altri fino agli studi universitari, affrontano materie come diritto islamico, logica, matematica, studi religiosi ma anche informatica, perché i maestri sanno bene, che oggi non c’è forma di comunicazione più efficace di internet.  D’altra parte è da qui che esce la nuova generazione di talebani, quella dopo l’11 settembre. Giovani combattenti pakistani, nati dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, imbottiti di versi e proiettili, pronti a morire in nome di Dio per cacciare gli stranieri, ma soprattutto in Pakistan, contrastare il governo alleato degli americani. “Non andiamo a votare, perché queste elezioni sono una farsa. Musharaf imbroglierà e noi non abbiamo tempo da perdere, tanto qualunque governo si formerà ci chiederà poi di entrare se vogliono avere un dialogo con i Talebani”, afferma con sicurezza Yousef Shah mentre il figlio più piccolo gli si arrampica addosso per tiragli la barba e strappargli il pakool, il berretto afgano che ha in testa.

Le madrassa sono un fenomeno diffuso nelle zone tribali dove non ci sono scuole pubbliche e dove viene garantito l’unica istruzione possibile, oltre un pasto caldo, un letto e vestiti ai i figli delle famiglie povere che rappresentano la maggioranza della popolazione.

Lo studente che ci ha aperto il cancello ci guida a fare un giro per il complesso, dalle finestre spalancate per lasciare entrare la primavera appena scoppiata,  arrivano le voci degli insegnanti e dei ragazzi che salmodiano il Corano.

Un giorno forse qualcuno di loro partirà per combattere in Afghanistan o si farà esplodere in mezzo ad un mercato, come forse è accaduto cugino di un ragazzo che incontriamo che ha tanta paura che non vuole neanche dire il suo nome. “Tre mesi fa Shiraz che aveva solo 16 anni è partito per un campo di addestramento militare nel waziristan e ora non sappiamo più dove sia. Uno dei figli di mia zia è già morto combattendo in Kashmir, non sopporterebbe di perdere un altro figlio. Ma quando decidono di andare non c’è modo di fermarli”. E neanche di cercarli, nelle zone tribali, del nord e del Waziristan pochi si azzardano ad entrare, è la terra dei pashtun, dichiarata “Emirato islamico”, dai Talebani. La turbolenta città di Peshawar per uno straniero è il punto più lontano dove si può spingere per vedere i segni di una presenza estremista che avanza. I negozi di dvd e dei barbieri bruciati, le donne con il burqa, tanti come non se ne vedono più neanche in Afghanistan.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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