ISLAMABAD – Si chiude nel sangue la campagna elettorale di quelle che sono le elezioni più importanti della storia del Pakistan, un paese nella morsa tanto del fondamentalismo quanto della disillusione. Quaranta morti, più di cento feriti è il bilancio del primo attentato che ha colpito Parachinar, un paesino nel nord ovest della turbolenta zona tribale non lontano dal confine afgano. Un kamikaze alla guida di un’autobomba imbottita di esplosivo si è lanciato contro l’ufficio di un candidato, Syed Riaz Hussain, indipendente ma sostenuto dal partito di Benazir Bhutto, l’ex premier uccisa il 27 dicembre scorso. Un boato e poi l’inferno, pozze di sangue, corpi fatti a pezzi, e quell’odore di carne bruciata che marchia ogni colpo messo a segno dalla militanza, dagli estremisti che non vogliono che il paese lunedì vada a votare.

Qualche ora dopo, un’altra autobomba, questa volta nel sud tribale scagliata contro un posto di blocco della polizia, ha ucciso tre persone e gettato il paese nel panico. E come se non bastasse, in una sorta di eco iracheno, ancora nel nord ovest, un seggio vuoto è stato danneggiato dal lancio di alcune granate. E sarà proprio la paura che il giorno delle elezioni terrà migliaia di persone inchiodate a casa. Sanno che le esplosioni di ieri erano solo le prove generali e che nel mirino ci sono i seggi che si apriranno di prima mattina sotto gli occhi di centinaia di osservatori internazionali e 81 mila agenti di polizia e militari sguinzagliati per garantire la sicurezza del voto.

“Queste elezioni sono una farsa, Musharraf è un dittatore, troverà il modo di imbrogliare”, dice la gente per le strade della capitale. E’ difficile incontrare qualcuno che voti per il partito del presidente, il cui gradimento è precipitato nelle ultime settimane.

Sono ottanta milioni le persone chiamate alle urne, circa la metà della popolazione, la maggior parte senza documenti, analfabeta e soprattutto donna, in zone dove l’uomo spesso detta l’unica legge che conta. Altissimo sarà anche l’astensionismo considerando che la società civile, come il seguito movimento degli avvocati, gli islamici, le minoranze, tra i quali i cristiani, invocano il boicottaggio.

“Le elezioni saranno trasparenti e oneste – continua a ripetere da giorni il presidente quasi a voler convincere i pachistani – e avremo uno stabile e democratico governo capace di combattere il terrorismo e l’estremismo”. Musharaf ha bisogno che i conti tornino a suo favore in parlamento se non vuole rischiare l’impeachment invocato dai partiti all’opposizione qualora vincessero i due terzi dei seggi. Improbabile ma non impossibile, d’altra parte il partito popolare attira migliaia di voti anche solo per la simpatia e l’emozione che ha provocato la morte della Bhutto in tutto il paese, mentre l’ex premier Nawaz Sharif, forte in alcune regioni, per molti è rimasto l’unico leader a poter tenere testa al presidente.”Sappiamo bene che ci saranno brogli in queste elezioni”, ha detto Sharif, ma il numero due della Commissione Elettorale si ribella: “Siamo neutrali, stiamo facendo il nostro lavoro per assicurare democratiche e giuste elezioni”, dice Kanwar Dilshad che però non sa come rispondere alle critiche delle organizzazioni umanitarie, che lo accusano di aver ignorato decine di denunce di candidati aggrediti, molestati e minacciati.

Giornalista di guerra e scrittrice

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