ISLAMABAD – Un paese devastato, un altro sull’orlo del baratro, Stati che sprofondano nelle polemiche politiche, migliaia di morti, feriti e profughi: sono trascorsi otto anni dall’inizio della guerra al terrorismo e c’è una sola certezza, che nessuno sa chi stia vincendo.

Da una parte gli Stati Uniti e la Nato, dall’altra i Talebani e Al Qaeda, in mezzo l’Afghanistan e il Pakistan con le loro contraddizioni, brutture, con le speranze della gente che si accendono ogni volta che piovono soldi o si firmano promesse che nessun politico riesce a mantenere. Gli Stati Uniti sono chiari per vincere ci vogliono più soldati che combattano.

La Nato tergiversa, i paesi che la formano sono tanti quanto diversi.  Più o meno cinquantamila soldati, contro forse qualche decina di migliaia di militanti. E l’Afghanistan soccombe, non secondo i militari, non per i politici, è lo sguardo della gente che cambia ogni volta che parla di una guerra che non finisce mai.

I Talebani sono stati cacciati nel 2001, ma non sono mai stati sconfitti e ora pullulano nel sud, desiderosi di formare uno un paradiso che parla di un islam radicale che la gente non vuole ma che non sa come contrastare. Al Qaeda dal canto suo fiorisce, loro non piacciono a nessuno, ma servono, all’America che ha bisogno di un nemico, al Pakistan che riceve soldi dagli Stati Uniti ogni volta che lancia un missile nelle zone tribali, una vasta area al confine con l’Afghanistan che i Talebani, o meglio le tribù pashtun  attraversano come si trattasse della strada davanti al cortile di casa. A niente valgono i pattugliamenti dei militari della Nato da una parte e pakistani dall’altra, talebani, militanti, semplici uomini di affari o profughi, passano come se quella frontiera che non riconoscono tra le alte montagne innevate, non fosse mai esistita.

Nessuno sa chi vince. Quando calano gli attacchi si dice che la Nato abbia conseguito dei successi, quando gli attentati, i camion bomba, i kamikaze colpiscono le truppe e i civili allora la rabbia e la frustrazione ribolle. Molto non è dato sapere. Ci sono posti dove non si può più andare e nessuno può controllare, arrivano gli echi della gente e dei militari, qualche portavoce dei militanti, ma ognuno ha i suoi interessi e in nessuno di questi è richiesta la verità. Il sud dell’Afghanistan è interdetto per le operazioni militari o per la caccia allo straniero dei Talebani, così come la zona tribale del Pakistan, il Waziristan o lo Swat.

La sfida dell’Occidente è quella di importare la democrazia a suon di bombe, quella degli estremisti che siano religiosi o ideologici, è quella di mantenere il caos e far proliferare la rete del terrore. Una sorta di bilancia che si muove spinta dagli eventi, qualche leader talebano che muore perché non serve più, come è accaduto a Mansour Dadullah, capo dei talebani della provincia di Helmand, ucciso in Pakistan qualche giorno fa.

La Nato sta fallendo in Afghanistan? “Un aspetto positivo è che la gente sostiene la presenza dei soldati stranieri – spiega Ali Jalali, ex ministro degli Interni afghano – Siamo preoccupati che se ne vadano prima che gli afgani siano in grado di difendersi. Il problema della Nato è che è fatta di diversi paesi, con diversi mandati, istruzioni. Alcuni combattono, altri no. Alcuni pensano di essere lì per la pace e la stabilità, altri ritengono che non si possa parlare di pace prima di aver sconfitto la militanza in alcune aeree e portato sicurezza. Non è che la Nato stia fallendo. Ma se l’insorgenza non può essere sconfitta militarmente, non ci si può, neanche permettere di perdere”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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