RAWALPINDI – “Siamo tornati ai tempi bui del Medioevo”, dice scherzando Babar Awan, l’avvocato e caro amico di Benazir Bhutto, noto in Pakistan come uno dei migliori nel suo campo. Il buio non è una metafora. La crisi energetica che ha interessato il 70 per cento del paese, ha colpito anche la capitale. Non c’è luce in città e tanto meno nel suo ufficio. Ombre gli girano intorno, guardie del corpo e impiegati. Arrivano dei mozziconi di candela. L’atmosfera lugubre è adatta all’argomento: la morte di Benazir Bhutto. Tra le mani ha il certificato di morte dell’ex premier, che qualcuno è riuscito a procuragli. Mostra che sul rapporto firmato da sette medici ci sono le prove che Benazir è morta per di colpi d’arma da fuoco. “Le ferite alla testa hanno causato un arresto cardiopolmonare”. “Il governo ogni giorno cambia versione. Prima hanno detto che le avevano sparato, poi che aveva battuto la testa, poi che morta per l’esplosione del Kamikaze e oggi Musharraf ammette le hanno sparato. Ma chi può credergli più? Noi sappiamo chi è stato. Lei aveva dato indicazioni precise, se le Nazioni Unite ci ascolteranno noi diremo quello che sappiamo, fino ad allora non diciamo nulla. Vediamo come vanno le indagini di Scotland Yard”. Da tre giorni i super detective inglesi assistono nelle indagini i colleghi pachistani. Hanno esaminato la macchina, hanno chiesto di vedere le scarpe della Bhutto che all’inizio non si trovavano e poi qualcuno ha fatto saltare fuori. Sono andati sulla scena dell’attentato, una trafficata strada di Rawalpindi dove tutto era già stato ripulito pochi momenti dopo la strage.

“Mi trovavo su quel marciapiede – ci spiega un signore anziano mentre posteggia un vespino azzurro – e l’ho vista morire, ho sentito gli spari, l’esplosione, e quando ho riaperto gli occhi ho visto che la macchina della Bhutto non poteva muoversi senza calpestare i cadaveri intorno”. Lo sguardo si appanna, le lacrime solcano il suo viso, qualcuno gli mette una mano sulla spalla. C’è ancora tanta gente ad una settimana dalla morte di Benazir che porta fiori al cancello del giardino dove ha tenuto il suo ultimo comizio. “La Bhutto si è sporta dal vetro antiproiettile, si è resa un bersaglio, lei è l’unica che può essere biasimata”, ha detto con durezza il presidente. Ma perché quella donna che diceva di essere in pericolo, ha rischiato tanto? “Il suo paese era la sua vita – spiega Babar – poco prima che venisse uccisa, le ho chiesto se non avesse paura. Mi ha risposto: ci sono politici e ci sono leader, io sono una leader. Era fatta così. E l’ammiravo per questo. La sua morte l’ha fatta entrare nella Storia e da lì, nessuno può portarla via”. Ma di sicuro non riposa in pace, la sua morte è quasi diventata una soap opera in Pakistan, dove ognuno ha la sua teoria su quello che è successo e su chi sono i mandanti. “Noi abbiamo prove che daremo solo alle Nazioni Unite”, dice Babar quando all’improvviso si riaccendono le luci e lui chiama di corsa il suo barbiere per farsi fare una spuntatina ai capelli in un ufficio durante l’intervista. “Benazir accusava l’establishment, se è stato al Qaeda come dice Musharraf, che ci dica che prove ha, finora tutto quello che ha detto è risultato una montagna di falsità”.

D’altra parte il presidente ha un altro problema che ora lo irrita, un articolo uscito sul New York Time, che annuncia che la Cia vuole mandare degli agenti infiltrati per combattere al Qaeda. “Che non ci provino neanche”, ha tuonato il presidente, “siamo in grado di combattere da soli”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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