ISLAMABAD – E’ tornata la calma nel paese. La gente ha svuotato le strade, non resta nulla dei fuochi dei giorni scorsi, le banche, i benzinai restano presidiati dalla polizia che ha tentato di fermare la rabbia della gente esplosa dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, uccisa ormai una settimana fa. Nessuno dimentica anche se tutti pensano che non ci saranno colpevoli per questo delitto o se ci saranno, non saranno i mandanti ma la manovalanza. Intanto il presidente Musharraf in questi giorni duramente criticato dalla stampa locale e internazionale convoca i giornalisti stranieri per una lunga conferenza stampa. Massime misure di sicurezza al palazzo presidenziale che si affaccia sulla Corte Suprema: due edifici ostili che si guardano in cagnesco come i loro usuali inquilini, la politica, qui, non va molto d’accordo con la giustizia.

Solo una lista di giornalisti accreditati possono entrare, le maggiori testate del mondo, i giornalisti devono lasciare tutto il materiale elettronico nelle auto, niente macchine fotografiche, telecamere, registratori, che poi invece saranno permessi e soprattutto niente cellulari. Musharraf sa di essere nel mirino del terrorismo, come ormai lo sono tutti i leader politici che si presenteranno alle elezioni del 18 febbraio prossimo, una data nuova di zecca che non piace all’opposizione, dentro la quale c’è il partito della Bhutto che con un pizzico di cinismo avrebbe preferito cavalcare l’onda dell’emozione per la morte della sua leader. Prima della conferenza, tè e biscotti, qualche tramezzino, in una sala illuminata a giorno con enormi lampadari che ricordano quelli di vetro di Murano. Poi ci si reca in una sala ancora più grande con tante sedie ordinate, un palco e un tavolo che ricorda tanto la cattedra della maestra. Un giovane assistente di Musharraf avverte che il presidente parlerà solo di due argomenti, la corrente crisi, e la transizione democratica. Solo di questo. Poi arriva Musharaff e si siede in cattedra, lancia sorrisi alla stampa e dice “Non ho ucciso io la Bhutto e non sono stati neanche i servizi segreti”, i giornalisti mormorano, il brusio si accende. Le domande sono tante, ma Musharraf è bravo, alla presidenza dal 1999 quando l’ha strappata con un colpo di Stato. Troppo spesso si dimentica che nessuno l’ha mai votato e che magari non lo sarebbe mai stato, parla di democrazia, di come il paese sia in crescita, di quanto siano importanti queste elezioni che ha deciso di rimandare per motivi tecnici, pare fossero sparite delle schede. “Saranno giuste e trasparenti e soprattutto pacifiche perché schiererò l’esercito se servirà”. Il Pakistan non è come l’Europa, dice lui, non bisogna guardarlo con gli occhi di chi vive in posti civili. Musharraf ci tiene a far sapere che anche lui è in pericolo, che tutti lo sono, ma che la Bhutto non ha ascoltato nessuna delle loro indicazioni. La sua popolarità è in calo, la gente è inferocita con lei per non aver protetto la Bhutto, non è il caso di farsi da parte, provoca qualcuno. “Se pensassi che la gente non fosse con me, me ne andrei, ma non è così, le persone con cui parlate sono qui, nelle città, sono istruite, sono educate, ma il 70 per cento dei pakistani vivono nei villaggi e sono con me. Qualcuno si arrabbia e chiede perché i giornalisti non possono girare liberamente, perché è vietato andare a Peshawar, a Quetta, viene perfino scritto nel passaporto. I giornalisti non sono liberi di girare ovunque. Musharraf non sa che dire, parla che non è sicuro per gli occidentali, e di fatto ammette di non avere controllo sul suo paese. E’ curioso però che poche ore dopo l’attentato che ha incendiato il paese, il governo abbia accusato al Qaeda presentando come prova una telefonata tra il luogo tenente di al Qaeda in Pakistan che si congratulava con un militante. “Ma se li ascoltate, perché non li prendente?”, dice qualcun altro sollevando mormorii di approvazione. Ci pensa il presidente, “perché quell’uomo non è facile da prendere, è sempre circondato da migliaia di persone, se lo attaccassimo dovremmo sacrificare troppa gente”, dice ma non convince nessun straniero lì presente, figuriamoci i pakistani che lo conoscono meglio.

Giornalista di guerra e scrittrice

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