TEHERAN – Fanno impazzire le ragazzine. Sono belli, ricchi e famosi. E fortunati: hanno avuto il permesso dalla commissione del Ministero della Cultura iraniana di poter incidere ed esibirsi. Superato il problema burocratico di due ragazze che cantano e una che suona, gli Arian hanno venduto con il loro secondo album più di 2 milioni di copie, più di qualsiasi altro gruppo musicale nella storia dell’Iran. Ora preparano il quarto e sono eccitassimi, hanno appena registrato un brano con il cantautore irlandese Chris de Burg e già sognano una fama che vola oltre i confini dell’Iran. Fanno musica  pop, quel genere che fa storcere il naso ai religiosi e fa ballare i ragazzini di nascosto in un paese dove non ci sono discoteche e, il ballo, tranne quello tradizionale, è vietato. Gli Arian, così si chiama il gruppo composto da nove elementi, che suonano violini, chitarre e batteria. E’ la prima volta dalla rivoluzione che a una ragazza, la bella Sharoreh Farnejad è permesso suonare la chitarra e cantare allo stesso tempo di fronte ad un pubblico. Vestita alla moda nonostante le restrizioni di abbigliamento, appena può si toglie il velo di marca e lo piega con delicatezza. Unghie curatissime, trucco fine, capelli da parrucchiere, Sharoreh racconta la fatica di essere una donna in un complesso musicale: “Ci hanno esaminato, ci hanno ascoltato, hanno vagliato ogni parola delle nostre canzoni, al primo concerto non volevano che mi esibissi ma abbiamo piano piano insistito, non ci siamo mai persi d’animo e alla fine abbiamo vinto. Certo non mi permetterebbero mai di cantare da sola, ma va bene anche così”. Un linguaggio semplice che rapisce i giovani, un linguaggio che parla di amore, spesso figurato, molto leggero, all’inizio era perfino bucolico per non incappare nel marchio di “indecente” che in un attimo avrebbe bloccato la loro carriera. “E’ stato un passaggio graduale, abbiamo parlato di amore per i genitori, per la patria, prima di arrivare a quello tra un ragazzo e una ragazza”, spiega Ninef Amir Khas, chitarrista e compositore. Nati nel 1999 quando i due cantati principali si sono conosciuti al militare e hanno deciso di mettere insieme le loro esperienze, ognuno aveva qualche familiare che suonava e in un batter d’occhio sono nati gli Arian. Non sanno che in Occidente la parola “ariano”, spesso associata al nazismo e alla discriminazione razziale, non è molto ben vista. Ma Iran deriva da quelle tribù germaniche di Ariani stanziati in origine sull’altopiano persiano. Oggi rappresenta il desiderio di far parte di un’élite, forte è la loro rivendicazione ad appartenere al mondo indeuropeo, spesso confusi con gli arabi che di fatto non sono e che loro guardano un po’ dall’alto al basso.

Dall’altra parte della città, nella zona meno bene, Sorang Arjang e suo fratello neanche li conoscono gli Arian. Anche loro sono musicisti, lei è una famosissima cantante classica, lui, Arjang, 24 anni è considerato un genio compositore.  A 15 ha scritto la sua prima opera riconosciuta da tutti i grandi artisti tradizionali iraniani. Poi con la rivoluzione ha smesso di suonare, perché a sua sorella voce solista hanno impedito di cantare, così come a sua madre che cantava ai tempi dello scià. Voci imbavagliate, se vogliono incidere un disco devono andare all’estero. Arjang si siede con il suo tar, uno strumento a corda, chiude gli occhi e riempie la stanza di una musica calda senza tempo. “L’ho appena inventata per te”, dice mentre madre e sorella applaudono. “Noi siamo mistici, la musica ci allontana da questo mondo, dalle questioni politici, e fino a quando non potremo tornare a cantare e suonare per gli altri, resteremo nel nostro guscio. Con la nostra musica dentro”, dice Sorang che ha 26 anni, ma canta da quando ne aveva quattro. “Non ho mai conosciuto altro nella vita, solo la musica, i miei genitori mi hanno cresciuto così”, spiega il giovane Arjang dagli occhi tristi. Una fortuna o una sfortuna? “E’ una condanna a vita. Un amore doloroso che non mi lascia mai e del quale non posso fare a meno. E’ un suono che mi sbatte nella testa. Ogni volta che scrivo una composizione credo sia l’ultima, credo di essermi liberato. Bisogna capire il motivo per cui si suona, alcuni lo fanno per soldi, per piacere, o per amore. Vanno tutti bene. Io suono per vivere. Perché l’aria che respiro per me è fatta di note”, dice Arjang commuovendosi che ogni giorno riempie spartiti che non sa quando potrà suonare davanti ad un pubblico vero. Un antico proverbio persiano dice che l’Iran è un paese formato da una moltitudine di piccoli specchi, ciascuno dei quali riflette la luce a suo modo. E come dicono i ragazzi iraniani che hanno studiato in Italia, l’Iran è rock e Ahmadinejad è lento.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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