Non avrà avuto più di dieci anni, due occhi enormi e un fratellino in braccio che si portava dietro come una borsetta. Il velo viola le scendeva lungo la veste, un abito a fiorellini che le arrivava alle caviglie ma non le impediva di giocare con gli altri bambini del villaggio in una valle sperduta a pochi km da Kabul. Era come se il tempo si fosse fermato. Niente parabole o frigoriferi, l’unico indizio di vita moderna era qualche radio e la pompa dell’acqua. La costruzione più nuova era una scuola e un campo di pallavolo.

Ogni giorno, due volte al giorno, i bambini escono dalle case attraversano un cortile sterrato e per ore ascoltano le loro maestre che gli insegnano a leggere a scrivere. Si accalcano sui banchetti, provenendo dai villaggi vicini, dopo ore di cammino, tra le montagne rocciose e guadando fiumi secchi che si gonfiano durante le inondazioni e distruggono tutto. L’ultima volta, quasi sei mesi fa, la violenza dell’acqua ha spazzato alcune case lasciando una vedova e alcuni bambini orfani.  La scuola l’hanno costruita i militari italiani, insieme nella zona a ponti, campi da calcio, cliniche. I bambini non hanno paura degli italiani, gli corrono incontro come se arrivassero vecchi amici e aspettano in fila un regalino. Vogliono penne. I militari regalano un colore a testa e sorrisi a quei bambini per niente spaventati dalle armi o dai mezzi blindati gli saltellano intorno. I soldati sanno quanto è importante avere un buon rapporto con la popolazione. Sono loro l’avamposto che impedisce il peggio e sono loro i primi a morire quando avviene un attacco contro la coalizione.

I capi del villaggio portano te e biscotti fatti al forno. Nessun soldato si chiede come sono stati lavati i bicchieri o se i pistacchi faranno male, si fidano a vicenda mangiucchiano, bevono sorsate di tè, perché sanno che nello scambio di cibo che si racchiude una stretta di mano.

Sembra incredibile che in queste valli si nasconda il pericolo.

 “Il lavoro degli italiani e di tutti i contingenti che si occupano di cooperazione e sviluppo è fondamentale in Afghanistan”, ci ha raccontato Nawib Mohammad, inviato della tv afgana Tolo Tv, l’unico giornalista che frequenta le zone del sud in mano ai Talebani – sei province sono in mano degli “Studenti di Dio”, la gente non li sostiene, ma il governo non è in grado di garantire quello di cui hanno bisogno. Il presidente Karzai non spiega al popolo che le truppe straniere sono qui per aiutare mentre la militanza ha un sistema di comunicazione migliore, facendo credere che gli stranieri sono qui per conquistarli e ogni buon musulmano deve combattere”.

Nella valle Pagman gli italiani hanno costruito anche un campo di calcio e anche il ponte dove è morto il maresciallo Paladini. La valle a nord ovest della capitale, è un agglomerato di montagne e colline bianche che si aprono su valli verdeggianti dove i talebani cercando di penetrare.

L’obiettivo è riconquistare Kabul. “Non torneremo mai più sotto il regime dei talebani – ci aveva detto un’amica afgana che al posto del burqa ora indossa un morbido velo colorato – Non torneremo fantasmi delle nostre città”. Ma i talebani avanzano, secondo un rapporto diffuso qualche giorno fa dal Senlis Council, noto think-tank internazionale, “controllano ormai stabilmente il 54% del territorio afgano e stanno accerchiando la capitale: ormai la questione non è più se i talebani torneranno al potere a Kabul, ma quando lo faranno. La Nato è destinata ad essere sconfitta, almeno che – si legge nel rapporto – non raddoppi le proprie truppe da combattimento con il contributo di tutti i suoi membri". L’ultima conquista il distretto occidentale di Gulistan, ha affermato il suo governatore Mahaidin Baloch. Si trova nella provincia di Farah, sempre sotto il controllo dei militari italiani.

Giornalista di guerra e scrittrice

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