TEHERAN – Le ragazze corrono in campo, cercando di rubarsi la palla ovale, sorridono, digrignano i denti, si attaccano come se avessero il fuoco dentro. Intorno a loro è calata la sera e la temperatura è rigida ma non sembrano neanche accorgersene.

Elham Shahasavari pensa di aver trovato lo sport perfetto. Nonostante il rigido codice di abbigliamento imposto dalle leggi dello Stato e la fatica di un allenamento che non fa sconti a nessuno. Elham è una giocatrice della squadra femminile di rugby a Teheran. Non solo è uno sport normalmente difficile per una donna, ma per un’iraniana è quasi un’impresa, una lotta contro la società, la famiglia e in qualche modo lo stato che non permette alle donne neanche di andarsi a vedere una partita alla stadio. Ma Elham ama fare sport più di qualsiasi cosa, è anche se deve indossare il velo, anche se sa che non potrà mai giocare contro squadre occidentali, spera un giorno di poterlo fare.

“Nel 2007 mi è stato suggerito di giocare per la mia forza fisica mentre ero in università, all’inizio la mia famiglia non voleva che attraversassi la città da sola ma poi hanno ceduto”, racconta Elham, una ragazzona intrappolata in una maglietta che le arriva alle ginocchia, un velo blu in testa e un paio di pantaloni della tuta. Si allena con le sue compagne in un campo isolato all’interno dell’immenso complesso sportivo di Azadi. Una città dello sport, dove è possibile fare di tutto. In costruzione ad una delle estremità, anche uno stadio per sole donne, dove loro giocheranno ma per la prima volta potranno anche fare il tifo.

Le ragazze del rugby sono incantate dal loro allenatore: un giocatore della nazionale di rugby che ha dovuto passare una dura selezione per avere quel posto. Ma è un lavoro unico: allenatore di una squadra femminile in Iran. Un pioniere, un uomo che sa di fare la storia dello sport iraniano. “Passa la palla, fermala, atterrala”, sbuffa Ali Reza Iraj, 37 anni e ventisei ragazze scatenate che fanno tutto quello che dice. D’altra parte non può che dare ordini, visto che a quelle sportive non le può neanche toccare per far vedere una mossa. “A volte devo chiedere un permesso per portare un giocatore maschio per poter mostrare alle ragazze delle sequenze, delle prese – racconta Ali che sfoggia una corporatura ben fatta – non è facile, ma queste ragazze sono brave, potrebbero essere le più brave ma non c’è ancora una squadra nazionale, anche in questo caso è difficile ottenere i permessi, ma se potessero giocare nelle gare internazionali sarebbero l’orgoglio di questo paese”. Ma le autorità iraniane frenano la loro bravura.

“Come tutte le cose all’inizio in questo paese, ci vuole tempo, fino a quando diventano normali. Tra noi c’è un bel rapporto, mi parlano se hanno problemi, i genitori sono contenti, io sono fiero di loro, sono agguerrite, capaci, non importa se piove o fa freddo, per tre giorni a settimana due ore ogni volta sono qui. Amo il rugby perché mi fa dormire la notte”, sospira Ali.

“Anche io ho sempre fatto sport, mi piaceva molto il calcio, la corsa, ma il rugby è un’emozione che corre. I miei genitori avevano paura che mi facessi male. E avevano ragione, ci si rompe dita, costole, ma poi si riaggiustano e si ricomincia, perché ci piace vincere – racconta Zaro Nuri, 22 anni e un corpo più minuto – di noi non s’interessa nessuno, siamo solo donne in fondo”. Le ragazze corrono in campo, cercando di rubarsi la palla ovale, sorridono, digrignano i denti, si attaccano come se avessero il fuoco dentro. Intorno a loro è calata la sera e la temperatura è rigida ma non sembrano neanche accorgersene.

Giornalista di guerra e scrittrice

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