Oscurate le tv, strade presidiate dai militari, cellulari senza segnale, caccia ai giudici e agli intellettuali, arrestato il capo dell’opposizione e sospesa la Costituzione: il Pakistan è sotto assedio dal suo stesso presidente.

Il pretesto è quello della violenza fondamentalista che dilaga nel paese, ma la ragione dello Stato di emergenza dichiarato all’improvviso dal presidente pakistano Pervez Musharraf ha ragioni ben più profonde e personali che hanno a che fare con il suo ruolo politico, l’estrema debolezza del suo mandato e le interferenze dei giudici che a suo parere, lo dice nell’ordine presidenziale, “lavorano contro il potere esecutivo impegnato nella lotta al terrorismo e all’estremismo”.

In realtà a quasi un mese dalle elezioni presidenziali, dove Musharraf ne uscì vincitore, si aspetta, entro il 12 novembre per legge, il verdetto della Corte Suprema che deve annunciare se la candidatura del presidente è valida, visto che la Costittuzione pakistana, almeno in una cosa è chiara: un presidente non può essere capo dello Stato e delle Forze Armate allo stesso tempo, ruoli che invece Musharraf copre da sette anni, da quando con un colpo di stato ha preso il potere.

Il generale più volte ha promesso di disfarsi della divisa, ma di fatto non l’ha ancora mai fatto, e sa bene che una volta appesa nell’armadio, perderebbe la facoltà di dichiarare lo stato di emergenza e sospendere la Costituzione, così come ha fatto nelle ultime ore creando il panico in un paese nel pieno della campagna elettorale in vista delle elezioni che si sarebbero dovute tenere a metà gennaio.

Ora tutto è in forse, perfino la presenza di Benazir Bhutto. “E’ assolutamente scioccata da quello che sta accadendo – ha detto Rehman Chishti, uno dei consiglieri dell’ex premier spiegando che la Bhutto era a Dubai per una breve visita alla famiglia – è ripartita subito per il Pakistan per stare con la sua gente e per sfidare il generale Musharraf”. Atterrata a Karachi, la Bhutto è rimasta per ore seduta nell’aeroplano aspettando di sapere se sarebbe stata arrestata o deportata.

L’ex premier giunta in Pakistan il 18 ottobre scorso, dopo aver sigillato un accordo benedetto dagli americani, dove le venivano cancellate tutte le imputazioni di corruzione che l’hanno tenuta in esilio per otto anni, in cambio di una divisione futura di potere con Musharraf che avrebbe trasformato la sua dittatura militare in una democrazia.

Ma la strada intrapresa dal generale è molto poco democratica, la Corte Suprema ha tentato di revocare lo stato di emergenza, considerato illegale e il risultato è stato che sette giudici della Corte Suprema del Pakistan si sono rinchiusi all’interno dell’ufficio del presidente Iftikhar Mohammed Chaudry, assediati dalle forze paramilitari che vorrebbero arrestarli. Per il governo invece la presa di posizione della Corte non ha valore giuridico dato che lo stato di emergenza proprio per la sua eccezionalità non può essere impugnato da istanze giudiziarie. Secondo la tv privata Geo che ancora riesce a trasmettere, il presidente dell’Ordine dei Giudici Aitzaz, capo dell’opposizione è stato arrestato. E ancora, Musharraf ha fatto oscurare i canali delle televisioni private in alcune città e nella capitale ha bloccato il segnale telefonico dei cellulari.  

Preoccupato il resto del mondo, il Pakistan alleato degli americani è l’unico stato islamico con un arsenale nucleare: "Non approviamo le misure extra-costituzionali e speriamo che, qualunque cosa avvenga, in Pakistan si torni rapidamente a muoversi nel rispetto della costituzione", ha detto Condoleeza Rice, segretario di Stato americano.

Giornalista di guerra e scrittrice

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