ISLAMABAD – La strada è stata ripulita. I rottami sono stati portati via. Le pozze di sangue sono state lavate e i pezzi di carne umana sono stati raccolti per essere seppelliti subito con i corpi dei 135 pachistani morti durante l’attentato che ha scosso due giorni fa il paese. Non resta nulla del bambino di sei anni che qualche ora prima giaceva senza vita circondato da morti e feriti. Rimane il dolore, lo sgomento, la difficoltà della gente di capire quello che è accaduto a Karachi quando una festa si è trasformata in una carneficina che uno Stato non in guerra non aveva mai visto. Ma il Pakistan è un paese insolito, segnato da contraddizioni invisibili come le rughe sparite dal viso della Bhutto. Un paese che ha due volti: uno capace di indossare un morbido velo bianco e l’altro nascosto dalla pesantezza di un burqa azzurro. Il Pakistan è Islamabad, una capitale che sembra l’Eur con palazzi sgargianti, strade grandi senza traffico, una folta vegetazione di piante che si insinuano nella città nascondendo ville tempestate di buganville e cancelli d’orati che proteggono politici e facoltose famiglie. A Islamabad si trovano librerie con gli ultimi bestseller, da Il Codice da Vinci, a tutto quello che si vuole sapere sulla letteratura araba. I prezzi sono fissi e hanno tutte le carte di credito. Ci sono cari venditori di tappeti, di maglioni di cachemire, analisti e agguerriti avvocati. A pochi chilometri, l’altra faccia Rawalpindi, la città gemella la chiamano, un groviglio di case che una volta potevano essere affascinanti ma ora sono solo fatiscenti, palazzoni in costruzione, gente che fa l’elemosina, borseggiatori, bazar affollati, mercati brulicanti, strade intasate di macchine.

L’aria si taglia con un inquinamento che quasi impedisce di respirare, come a Peshawar, un’altra faccia di quel Pakistan che la Bhutto è tornata per cambiare. Appoggiata sul confine con l’Afghanistan, a pochi chilometri dal Kyber pass, una delle frontiere più spettacolari al mondo, qui i radicali bruciano i negozi che vendono dvd stranieri, non si vende alcool che non sia quello per disinfettare, i profughi afgani formicolano tra i vicoli accompagnano donne che devono aggirarsi da sole. E’ qui che c’è uno dei più grandi centri antiviolenza dove ripiegano le donne trasformate in spettri da una società che non è quella che rappresenta Benazir, prima premier a soli 35 anni di un paese musulmano. Vi sono donne i cui mariti hanno tagliato il naso perché sospettavano di essere traditi, o hanno il volto cancellato dall’acido che qualche misarabile ha lanciato contro donne che hanno disubbidito. Non è certo Karachi, o Latore, con la sua arte o i suoi scrittori, con le finestre dipinte di blu e i monumenti restaurati. Non è il Kashmir montagnoso con le sue dispute indiane, o le province tribali che nessuno è mai riuscito a controllare, né gli inglesi negli anni 40 né i pachistani quando hanno creato questo Stato, fatto di indiani musulmani, ma anche di pashtun, di immigrati, un crogiolo di razze che l’islam, dittature militari e violenze hanno cercato di unire.  Ora ci prova la Bhutto con la sua democrazia e con il suo islam moderato che piace tanto all’occidente e che una parte della società civile pachistana chiede a gran voce. Ma il Pakistan, 160 milioni di abitanti, un governo sempre più fragile, è anche il crocevia di interessi strategici internazionali, nazionali, i suoi servizi hanno creato i Talebani e dato rifugio, come molti sostengono, a Bin Laden. Il Pakistan è una grande contraddizione come l’accordo tra il presidente Musharraf dittatore militare che dice di combattere al Qaeda ma di cui ne ha bisogno per dimostrare che il paese non è al sicuro senza di lui e la Bhutto milionaria paladina della democrazia a cui non basta cancellare le accuse perché si smetta di sospettarla di corruzione.

Giornalista di guerra e scrittrice

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