Benazir Bhutto ha cominciato la sua campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari che si terranno il gennaio prossimo con un attentato che le ha dato un doloroso benvenuto nel giorno del suo trionfante ritorno dopo otto anni di esilio. Il più sanguinoso attacco terroristico avvenuto negli ultimi anni in un paese non in guerra. “Un vero musulmano non uccide una donna, un vero musulmano non uccide persone innocenti”, ha detto la Bhutto qualche ora dopo l’attentato.

Lo scenario che si sta delineando è sanguinoso, la figlia dell’Est, come ama farsi chiamare, è una politica navigata e sa che niente come il rancore e il desiderio di giustizia, può trascinare le masse. Sta tirando le linee di quella che sarà la sua battaglia, da una parte lei paladina della democrazia, delle donne, dall’altra il radicalismo, l’estremismo, l’incubo dei servizi segreti e delle cospirazioni. Ma ancora di più sta preparando il terreno per uno scontro interno all’Islam, tra lei che rappresenta quello moderato, caratterizzato da un velo bianco che scende morbido sulla testa, e quello dei Talebani che coprono le donne con i burqa, che le costringono ad uscire di casa accompagnate dagli uomini. Un Islam quello della Bhutto dove una donna può diventare primo ministro, può fare quello che vuole, sapendo bene che la religione resta una parte della sua vita ma che non la schiaccia. Al contrario i suoi nemici si riempiono la bocca della parola di Dio prima di uccidere, combattono la guerra vile delle bombe dove non c’è battaglia, né vittoria.

All’occidente pronto a sostenere chiunque si dica liberale a meno che non faccia comodo appoggiare un dittatore come Musharraf, piace la Bhutto, con il suo passato romantico di prima donna eletta premier di un paese musulmano dopo che l’amato padre era stato ucciso da un altro dittatore militare.

La sua laurea ad Oxford e ad Harvard, il suo inglese chiaro, la sua pelle troppo liscia per una cinquantenne di un paese dove le donne si disfano per fare figli. Benazir è ricca, si veste bene, rappresenta il tipo di musulmano che gli americani e gli europei vorrebbero vedere affollare i salotti per bene. Ma il Pakistan non è la Bhutto, il Pakistan è una nazione allo sbando, dove due province sul confine dell’Afghanistan sono fuori il controllo dello Stato, dove si combatte una guerra intestina con i Talebani e i membri di Al Qaeda che ne hanno fatto il loro rifugio. Il Pakistan è un posto dove le donne ancora si sposano con matrimonio combinati, anche la Bhutto lo ha fatto, dove una dittatura militare schiaccia il paese, dove la ricchezza aumenta ma non ne beneficia il popolo. La Bhutto che ora si veste da eroina fino a qualche settimana fa era accusata di corruzione per questo aveva lasciato la sua patria, ma non solo, la Bhutto, quando è arrivata in Pakistan sapeva che c’erano delle minacce contro di lei, si è scagliata contro il governo per l’incapacità di gestire la sua sicurezza, ma sapeva, l’avevano informata i servizi segreti di un paese amico, probabilmente gli Stati Uniti, che c’erano quattro Kamikaze pronti ad attaccarla. La Bhutto sapeva di essere al sicuro nel suo furgone blindato, ma doveva sapere che la sua presenza avrebbe messo in pericolo le persone venute ad accoglierla. Ha rifiutato un passaggio in elicottero che le avrebbe accorciato il percorso tra l’aeroporto e il mausoleo dove doveva tenere il discorso ma che le avrebbe impedito il bagno di folla acclamante di cui lei aveva bisogno. Dopo otto ore, quando ci sono state le esplosioni, non aveva fatto neanche metà dei 20 km che doveva percorrere. “C’erano due attentatori suicidi talebani, uno di Al Qaeda, e uno, credo, di Karachi”, ha detto con certezza la Bhutto confermando di aver avvisato il presidente Musharraf della minaccia. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma se la Bhutto sapeva di essere nel mirino, aveva senso passeggiare tra la folla mettendo in pericolo migliaia di persone? Lo aveva solo per Benazir, per dimostrare che non aveva paura, per far vedere che non era solo la donna accusata di corruzione per anni, con un marito corrotto che ha scontato otto anni di galera. Aveva bisogno del potere della folla, di fare vedere che ci sono ancora centinaia di migliaia di persone capaci di scendere in piazza per lei. Il prezzo però è stato alto, troppo alto. Non importa a chi appartenga la testa del kamikaze, ma chi sta dietro di lui e soprattutto a chi tutto questo convenga.

Giornalista di guerra e scrittrice

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