ISLAMABAD – Il presidente Pervez Musharraf e l’ex premier Benazir Bhutto non si piacciono. Ma quando si tratta di sopravvivere, bisogna far buon viso a cattivo gioco. E i due sono degli esperti in questo campo. Il generale è riuscito a governare per otto anni sfidando la Costituzione che chiede che un presidente non sia anche capo delle Forze armate, mentre la Bhutto, due mandati che non ha finito sempre per accuse di corruzione, è tornata in Pakistan dopo anni di esilio con una fedina penale cangiante. Ma in Pakistan quello che conta, è solo un dettaglio e la gente, quella normale che fatica per tirare avanti lo sa bene, per questo detesta la classe politica di cui non si fida.

Ma la Bhutto, nonostante le sue accuse 90 di corruzione, vere o false che siano, in fondo non  è mai stato provato, rappresenta qualcosa di nostalgico per i pachistani, una dinastia di politici, una saga familiare che ha fatto la storia del paese. La Bhutto è tornata dopo otto anni di esilio accolta da centinaia di migliaia di persone, è il suo secondo rientro, il primo nel 1986 era stato un apoteosi che la scaraventò per la prima volta sulla poltrona di premier, la prima donna primo ministro di un paese musulmano e a soli 35 anni. Ora è tutto diverso, anche se sono tanti i suoi sostenitori, sono anche di più i suoi nemici, una volta era una questione interna, ora è più internazionale, con i Talebani, che qualcuno ricorderà che lei ha tollerato durante il suo secondo mandato, che, invece, oggi la minacciano di morte. Parole come democrazia, libertà, delle quali la “figlia dell’Est”, si circonda, non piacciono a molti. Non piacerebbero neanche a Musharraf ma il presidente ha capito che per soddisfare la sete di potere deve scendere a patti. Per rimanere sul trono ha promesso di togliersi la divisa prima che scada il suo mandato il 15 novembre, ha promesso di abolire l’emendamento che aveva scritto nel 2002 e che impediva ad un premier di candidarsi per un terzo mandato e soprattutto ha promesso di impegnarsi di più nella lotta al terrorismo. Dal canto suo la Bhutto che voleva tornare nella sua terra, dovrà piegarsi ad avere a che fare con un militare, categoria che non ha mai rispettato anche perché suo padre, una leggenda in Pakistan, venne fatto impiccare da Zia ul Haq, il dittatore che lo spodestò e che trasformò la Butto, la piccola pinky, come la chiamava suo padre, in una guerriera che avrebbe dedicato la vita alla politica.

Il punto è cosa accadrà in Pakistan, un paese tenuto insieme dalla dittatura di Musharraf, dove due intere province sono contagiate dall’estremismo, dove le pressioni dell’occidente che spingono per una pulizia radicale si scontrano con gli elementi islamici che invece chiedono più rigore e uno stato che si rifà ai principi dell’Islam. La Bhutto rappresenta la contraddizione di questo paese, una donna che lavora e raggiunge i massimi livelli nel suo campo ma che ha accettato un matrimonio combinato con uomo d’affari scelto dalla madre e che sposò nel 1987 e che non ha mai lasciato nonostante le stesse accuse di corruzione siano state provate e mr 10% come lo chiamano i pachistani, abbia scontato otto anni in galera.

Venti anni dopo Bhutto accetta un altro “matrimonio combinato”, questa volta politico, quello con Musharraf, le trattative segrete sono cominciate all’inizio di quest’anno ma si sono fatte più intense il luglio scorso quando i due sono si sono incontrati ad Abu Dhabi e il generale come “dote” le ha scongelato un certo numero di conti bancari.

Sia Musharraf che la Bhutto, sapevano che un loro accordo avrebbe significato affrontare una feroce opposizione all’interno dei loro rispettivi partiti. Gli alleati del partito del presidente attualmente al governo, la Lega Musulmana Pakistana temono, per il loro futuro qualora debbano dividere il potere con il partito Popolare, mentre quest’ultimo è molto preoccupato di dover fare affari con un dittatore militare, una situazione impensabile non troppo tempo fa. E ancora, il partito della Bhutto non gode del monopolio sull’elettorato pachistano, sebbene in libere elezioni il Partito popolare ne uscirebbe come quello principale in parlamento, seguito all’opposizione da altre cinque forze politiche rilevanti e una serie di partiti minori. Significherebbe che il partito della Bhutto  si ritroverebbe a governare con un instabile governo di coalizione. Come se non bastasse il partito Popolare non è più quello del 1996 quando lei fece il primo ritorno in patria. Il partito oggi è  macchiato da accuse di corruzione, e negli ultimi cinque anni è stato ancora più indebolito dalla defezione di membri importanti che si sono uniti al governo di Musharraf. Ma a suo favore la Bhutto ormai cinquantaquattrenne, ha la visione del paese che vuole, anche se non sono chiari i dettagli, per la prima volta torna con un programma di riforme per il suo partito, con un manifesto sociale che si affaccia su un paese dove il radicalismo dilaga. Secondo gli analisti, i cambiamenti nella politica estera saranno solo estetici e il rapporto con gli Stati Uniti potrebbe farsi ancora più inteso. Come farà non è chiaro, ma la gente nel paese, stanca della violenza e della cattiva situazione economica, sembra pronta ad affidarsi ancora a lei che nei due mandati precedenti non è nota per dei grandi miglioramenti. Il pericolo, per quella che per lei è diventata una missione, portare la democrazia nel paese, non sembra spaventarla, d’altra parte la sua storia è costellata di morti premature. Forse se suo padre, amato premier socialista degli anni ‘70 non fosse stato impiccato dai militari nel 1979, la Bhutto non avrebbe mai abbracciato la carriera politica. E forse avrebbe anche smesso, se uno dei suoi fratelli non fosse morto avvelenato a Cannes nel 1995 e un altro a Karachi in condizioni misteriose, nel 1996. Pinky, come la chiamava suo padre, a denti stretti dice di non aver paura, e va avanti, che lo faccia per il suo paese o per se stessa, Benazir Bhutto ha ancora voglia di mettersi in gioco, forse anche per fare un po’ di pulizia nel suo passato rovinato dalle accuse di corruzione, che lei ha sempre sostenuto fossero false, o forse perché davvero desidera che il suo paese diventi un posto migliore.

Giornalista di guerra e scrittrice

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