VALLE DI MUSAI – “Dogi, dogi Musai, pericolo, pericolo a Musai”, dicono gli afgani quando si chiede della Valle di Musai. Per raggiungere la Valle della morte, come invece la chiamano i soldati italiani bisogna partire presto da Kabul. E’ in quella area che sono morti quattro alpini, due nel maggio del 2006, altri due nel settembre successivo. Gli ultimi scontri a fuoco, il 2 settembre scorso, con un alpino ferito su un ponte costruito dagli italiani e il 5 ottobre in un avamposto militare della polizia afgana attaccato e difeso dagli italiani. 

Lo stato di allerta è alto, le minacce sono in agguato, ma le statistiche aiutano: alle sei del mattino, quando il sole sta facendo capolino tra le cime delle montagne che si colorano di rosa, non ci sono attentati, quindi è l’ora migliore per lasciare il capo base e dirigersi verso la Valle di Musai, una quindicina di km a sud est di Kabul, ma in realtà ad almeno 4 ore di macchina, superando montagne, guadando fiumi asciutti, attraversando villaggetti dimenticati dal tempo. Si preferisce non accedere alla Indigo Road che finisce direttamente nella valle, meglio un giro larghissimo, partendo da nord di kabul, scendendo ad ovest nella valle di Lalander e proseguendo verso est, se si continua alla fine si finisce in Pakistan. E’ lo stesso percorso a ritroso che fanno i Talebani per raggiungere la capitale. Al sud nella provincia di Helmand e in quella di Khandar, roccaforte della militanza Talebani, gli americani combattono, e li spingono a fuggire, chi corre verso le zone tribali al di là del confine, chi tenta di risalire verso il sud aggrappandosi alla povertà e alla ignoranza dei contadini afgani che vivono lontano da ogni forma di modernità. Il compito degli italiani che pattugliano l’area è contrastare l’avanzata dei talebani, ma non solo, anche farsi amica la popolazione, i primi sensori di un’eventuale presenza ostile, e dare una mano, diversi i progetti, una scuola, una clinica, una strada e un ponte.

 “Ci sono vari posti di polizia, in quelle che sono le arterie che portano a kabul, ma la polizia afgana non è ancora pronta a lavorare da sola, molti sono corrotti, molti non sono adeguatamente equipaggiati, molti non sanno né leggere né scrivere”, spiega il colonnello Alfredo Massimo del Fonzo, comandante di Italfor XVI, il contingente italiano a Kabul.

I mezzi viaggiano veloci, un convoglio di tre mezzi principali, seguiti da una scorta e da un’avanguardia di ranger che controlla tutto il percorso in anticipo. Superata la periferia, il mondo finisce, la civiltà scompare punteggiata solo da qualche pastore con il suo gregge. Tra le montagne ci sono piccoli villaggi di fango, dove le donne stanno in casa, gli uomini si occupano di procurarsi il cibo, mentre i bambini scorrazzano inventandosi giochi con la terra o improvvisando scivoli con tavole di legno appoggiate ad un muro. Le poche bambine che all’inizio si intravedono sono vestite a festa, luccicanti nei loro fucsia, verde smeraldo tempestate di brillantini.

Nel villaggio di Shatut prima della Valle di Lalander, gli abitanti non vedono spesso degli stranieri, stendono un tappeto verde portano tè verde, biscotti fatti al forno, mais tostato. I vecchi del villaggio, le massime autorità della zona, fanno le presentazioni, ringraziano ancora i militari per la scuola e raccontano la loro vita in un paesino di fango, dove l’ultima alluvione ha spazzato via alcune case anche se sembra che l’acqua sia invisibile come donne. Trecento anime, una trentina di famiglie senza tv, senza acqua né elettricità, senza riscaldamento in un posto dove le temperature scendono d’inverno anche a 30 gradi sotto lo zero e le donne partoriscono a casa da sole.

“Quando costruiamo le scuole spesso ci chiedono un muro e un fil di ferro – ci racconta il capitano Eros Correa, portavoce del contingente – per impedire che i talebani o chi non vuole che le bambine vadano a scuola, vandalizzi le aule per renderle inutilizzabili”.

A sei anni dalla caduta del regime Talebano, c’è ancora chi fuori da Kabul soprattutto verso sud, non vuole che le bambine studino. Invece le ragazzine non pensano ad altro e l’unica cosa che chiedono ai soldati sono pennarelli e matite colorate.

Oltre, di sentiero in sentiero, salita dopo salita c’è una vecchia postazione dei Mujaheedin, da qui dominavano la vallata e ancora oggi è il punto migliore di osservazione. Nel centro sorge un’oasi verde in mezzo alle montagne, addolcite da cime tondeggianti dove i militanti possono insinuarsi. In questa zona si è combattuto molto, lo si faceva ancora prima che nel 1996 prendessero i poteri i talebani, quando i Signori della Guerra, lottavano per il loro pezzo di Kabul, distruggendo la capitale e ancora prima i russi cercavano di impossessarsi di un paese che nessuno è mai riuscito a conquistare.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

4 Comment on “Nella valle della morte

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