KABUL – Anwar ul-Haq Ahady ha un ufficio elegante paragonato al palazzo fatiscente che lo ospita. Il ministero delle Finanze è nel centro di Kabul protetto da un muro, un cancello che da sul traffico disordinato della capitale. Ma è anche il centro dell’economia afgana e termometro della situazione fragile del paese. 56 anni, sposato, professore di Economia è stato insignito della carica di ministro nel 2004 quando il presidente Karzai formò il governo. La fama che lo precede, tra i vicoli di una città dove molto lentamente si vedono miglioramenti, è quella di una persona per bene. Negli ultimi sei anni, dalla presunta cacciata dei Talebani, sono piovuti miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo. Migliaia di afgani sono tornati dall’estero per investire, mentre centinaia di aziende hanno cercato di aprire filiali scommettendo su un paese che da solo ancora fatica.

Qual è la situazione finanziaria del paese nel giorno dell’anniversario della guerra?

E’ buona, anche se non sempre è facile notarlo con un’occhiata, il problema reale oggi, è la sicurezza, una condizione base per il prosperare di un paese, talebani, criminalità, rapimenti, ma per ora gli investimenti reggono. Ci è stata data fiducia, ma c’è bisogno di tempo, perché la stabilità diventi un fattore normale. Statisticamente abbiamo raggiunto tutti i livelli medi previsti dalla comunità internazionale, la crescita economica è del 10 %, il tasso di inflazione del 5. Non abbiamo studi sulla disoccupazione, ma ogni anno va meglio.

Quindi tutto bene?

No, solo meglio, restano dei problemi importanti da risolvere, il primo è la sicurezza, ma non bisogna sottovalutare la mancanza di infrastrutture, per le fabbriche, per il commercio, per la ricostruzione serve acqua, strade e soprattutto energia elettrica, si lavora febbrilmente ma ancora oggi, il 30% di Kabul ha elettricità per qualche ora e solo il 12 %  ne ha nel resto del paese.

Vi sono arrivati molti investimenti  negli ultimi anni?

Almeno 30 miliardi di dollari, ma pochi di questi soldi arrivano nelle nostre casse. All’inizio era comprensibile, ma ora che siamo abbastanza strutturati, è giusto che i soldi che arrivano noi tramite prestiti e donazioni siano anche gestiti da noi. Invece sugli ultimi 16 miliardi solo 4 sono stati messi a nostra disposizione, il resto viene gestito dalla comunità internazionale come se fossimo una colonia. Se prima mancavano le capacità ma ora siamo perfettamente in grado di capire come destinare i nostri soldi. Gli americani sono i nostri maggiori investitori, ma spendono direttamente spesso senza che noi sappiamo neanche come. Vorremmo che l’assistenza data al nostro paese passi attraverso il nostro budjet nazionale, attualmente di 2,5 miliardi di dollari. Adesso abbiamo anche i soldi delle tasse, durante i primi anni le province si rifiutavano di versarle, ora entrano 715 milioni di dollari.

Si parla molto della corruzione afgana, questo potrebbe essere il motivo per cui la comunità internazionale è esitante.

E’ vero la corruzione è endemica nel nostro paese, ma non è mai stato fatto uno studio specifico. Sappiamo bene che la sola voce scoraggia gli investimenti. E nel settore privato la corruzione è dilagante, ma in quello pubblico, seguiamo gli standard internazionali. Certo non è facile controllare gli strati più bassi, l’impiegato che vuole la mazzetta, d’altra parte non c’è stata nessuna raccomandazione dei paesi stranieri di fermare la corruzione, intendo che nessuno sembra disposto a darci consigli. Non sappiamo ancora come combatterla efficacemente. Non vuol dire che non possiamo gestire i soldi, è una questione di sovranità nazionale ogni volta che la comunità internazionale scavalca l’amministrazione afgana limita il nostro potere decisionale.

La droga ha un ruolo nell’economia afgana?

Ha una parte enorme nell’economia afgana, si parla di circa 3 miliardi di dollari, (in Europa si trasformano almeno in 60 miliardi), che uniscono all’economia legale che si aggira intorno ai 9 miliardi di dollari. I soldi legati al papavero sono un terzo dell’economia afgana. E’ un fenomeno difficile da combattere, ha a che fare con perdita che subirebbero le persone una volta sradicate le coltivazioni. Dei trei milioni, due vanno ai trafficanti, ma uno va ai contadini, soldi che diventano critici per due milioni di persone coinvolte in questo settore per un lavoro stagionale che dura tre mesi. Se non si trova un’alternativa convincente la gente non ci starà e sappiamo bene, chi raccoglie e sfrutta lo scontento dei poveri, i talebani.

Giornalista di guerra e scrittrice

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