KABUL – Dall’alto del piccolo aeroplano delle Nazioni Unite la linea di Durand, il roccioso confine tra il Pakistan e l’Afghanistan sembra una tranquilla distesa di catene montuose le cui cime intrappolate dalle nuvole spaccano il cielo di un azzurro intenso. Sotto le vallate, i fiumi, le case sparse punteggiano un panorama immobile. Ma da qualche parte nel nord del Waziristan, la turbolenta provincia roccaforte della militanza Talebana e covo dei membri di al Qaeda, invece, è guerra. 250 morti negli ultimi tre giorni: 200 militanti e 50 soldati. Nessuna stima ancora delle vittime civili, mentre migliaia di persone fuggono dai villaggi più colpiti nel tentativo di non restare intrappolati tra i raid aerei dei militari e i razzi e l’artiglieria leggera dei militanti.

La situazione è precipitata poco prima delle elezioni del presidente pakistano sabato scorso, quando un convoglio di militari è stato attaccato, ce ne sono almeno 90 mila a presidiare la zona, ma era ormai da luglio che la terra fremeva quando è saltata la tregua tra i militanti e il governo accusato di non aver rispettato gli accordi sullo scambio dei “prigionieri”. D’altra parte è da qui che arrivano l’80 per cento del kamikaze che si sono fatti esplodere in Pakistan, e la maggior parte di quelli all’estero sono passati almeno una volta da queste parti per essere addestrati nelle basi di Al Qaeda.

Il Waziristan è stato sempre refrattario alla dominazione, che fosse di un conquistatore, di un colonizzatore o di uno Stato. Ne sa qualcosa Alessandro Magno che si prese una freccia in una gamba e quasi morì nel 4° secolo AC. Gli inglesi che governarono sull’Afghanistan nel 1893 dichiararono l’ostile Nord Ovest, territorio tribale indipendente. Il Pakistan non fu da meno, dopo la sua creazione nel 1947 dichiararono il Waziristan “area tribale federale”.

Nulla è cambiato, il sangue delle tribù non si mischia, i pashtun che per secoli si sono mossi avanti e indietro tra Afghanistan e Pakistan continuano a farlo. “Abbiamo lo stesso sangue”, dicono gli afgani e i pakistani dell’area che rifiutano documenti che possano legarli ad una nazione. E’ in questi villaggi, tra queste montagne che si muovono i talebani respinti dagli americani nel 2001, è qui che si sono riorganizzati, che raccolgono i loro fondi, che si sentono protetti dai servizi segreti, in prima fila quelli pakistani che li hanno creati per  combattere contro i sovietici. Poi le creature che servivano a combattere la Russia, hanno cominciato a vivere di una vita propria, e quando nel 1996 i Talebani giunsero a Kabul per sigillare il potere del Pakistan sulla regione furono accolti dalla gente come dei pacificatori.

Ora sono i nemici, il presidente Musharraf spinto dagli Stati Uniti che riempie le casse delle finanze – per lo sviluppo del Waziristan sono appena stati stanziati 750 milioni di dollari – cerca di combattere al Qaeda e i Taleban, ma con poco successo, o forse poche intenzioni, vista la sempre più accreditata l’ipotesi che i servizi segreti locali ancora finanzino i Talebani considerati comunque avanguardia contro la penetrazione straniera, in questo caso occidentale.  

Dall’altra parte della frontiera le forze della Nato tentano, senza comunque riuscire ad avere la meglio. Secondo l’intelligence americana, è proprio lì, nella terra di nessuno che si nasconde Osama Bin Laden, “Non in una caverna, ma in una città”, ha detto ieri Asad Durrani, ex capo dei servizi segreti pakistani che avvertono l’occidente e il Pakistan di prepararsi, il figlio di Bin Laden, Hamza, sarebbe già giunto in zona per raccogliere l’eredita del padre e diventare il nuovo capo del terrore.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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