ISLAMABAD – Se la dea bendata non è riuscita a fermarlo almeno, la Giustizia lo ha messo in attesa, sospeso tra un’elezione che vincerà e quel velo di non legittimità che la Corte Suprema gli ha schiacciato addosso.

Il presidente Pervez Musharraf dice che accetterà la decisione della corte che si riunirà per dibattere il 17 settembre prossimo, mentre oggi il parlamento vota. Nessun dubbio sulla rielezione. Ma la nuvola della giustizia che non gli ha dato soddisfazione continuerà a perseguitarlo per le due prossime settimane, con la possibilità che una decisione sfavorevole, indebolisca la sua posizione, renda più profonda l’incertezza che impregna l’unico paese musulmano armato del nucleare e sballottato dall’ondata integralista che negli ultimi mesi ha causato più di trecento morti.

La Costituzione dice, senza lasciare troppi dubbi ad altre interpretazioni, che il capo dello Stato non può indossare la divisa. Il generale ha promesso di liberarsene, ma di fatto domani, si presenterà in parlamento nel suo consueto abito verde oliva tempestato di medaglie e a questo punto, dopo lo scherzo dei giudici, potrebbe anche non levarsela per niente. Il quesito che arrovella i magistrati, è se un parlamento uscente, che si scioglierà tra poco più di un mese e si ricostituirà a gennaio con elezioni legislative, possa scegliere un presidente da imporre ad un nuovo parlamento, soprattutto quando sembra molto possibile che gli equilibri politici che oggi promettono voti al presidente non sarebbero più così scontati.

L’opposizione che ha preparato montagne di petizioni, tira un amaro sospiro di sollievo. “Il generale Musharraf ha avuto un’approvazione tecnica, ma la corte non gli ha dato la piena legittimità vivrà nell’incertezza fino al risultato”, spiega Talat Masood, un analista politico. “Abbiamo chiesto alla gente di protestare tenendo negozi, uffici, ristoranti chiusi, sarà un periodo di manifestazioni, di sacrifici, dobbiamo saggiare la nostra resistenza per ribellarci allo scempio che si sta facendo della legalità”,  ci dice nel suo ufficio decadente Raja Zafrul Haq, coordinatore del movimento di tutti i partiti democratici, una coalizione che raccoglie 29 gruppi all’opposizione.

Musharraf terminerà il suo mandato il 15 novembre prossimo, ha promesso che di dimetterà dall’esercito se eletto e che giurerà da civile dopo essere stato Capo delle forze armate per otto anni e presidente giunto al comando con un colpo di stato nel 1999.  Ma per Musharraf è una scelta difficile da fare, abituato a non spartire il potere con nessuno, tanto meno a rinunciare a quelli che perderà, come la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza e la corte marziale.

Nel frattempo pur di avere un alleato fidato ha scelto l’unica persona che poteva aiutarlo se non con i voti almeno con la presenza dei deputati del suo partito e alla quale aveva ancora qualcosa da offrire: un biglietto per tornare a casa. Benazir Bhutto, due volte premier, tornerà in Pakistan proprio il giorno dopo la riunione della Corte Suprema, dopo un esilio volontario di un decennio. Musharraf ha firmato un documento che la libera dalle accuse, undici, di corruzione sue e del marito, ma un accordo tra i due non è ancora stato fatto.

La Bhutto chiede l’abrogazione di una legge che non permette di essere premier per la terza volta. Serrato il braccio di ferro tra il generale che ha un ruolo da mantenere e l’ex premier che lo vuole riavere. La soluzione sembra per loro un potere diviso, tenuto insieme con la lotta al terrorismo, politica che piace molto all’occidente, rimasto l’unico sostenitore entusiasta della nuova coppia.

Giornalista di guerra e scrittrice

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