ISLAMABAD – Sheik Rashid Ahmad protetto da una scrivania consumata dal tempo è circondato da decine di persone, giovani e vecchi, che gli chiedono una raccomandazione. L’ex ministro dell’Informazione, ora ministro delle Ferrovie, ascolta tutti, chi ha bisogno di soldi per comprare le medicine o chi cerca lavoro per il figlio. Ahmad, membro della Lega Musulmana Pakistana legato al presidente Pervez Musharraf, è anche una delle sue voci più vicine. “Domani si terranno le elezioni e il presidente verrà rieletto”, dice lo sceicco senza dubbi. Ma la situazione della politica pakistana si fa, ogni giorno, più intricata. Solo oggi la Corte Suprema deciderà se effettivamente se il Parlamento sabato potrà eleggere il presidente. Due i nodi legali della questione: il parlamento si scioglierà il 15 novembre prossimo e in previsione delle elezioni che si terranno il gennaio prossimo, la domanda di molti è se si debba imporre a una nuova legislazione un presidente eletto da un parlamento uscente, favorevole a Musharraf che ha abbastanza voti per vincere. Situazione non scontata se cambiasse il parlamento.

Il secondo punto di dibattito e che, più o meno, vede coinvolti tutti i partiti all’opposizione, è che per la Costituzione pakistana un militare non può anche essere capo dello Stato, mentre Musharraf lo è, nonostante abbia promesso di togliersi la divisa non appena verrà rieletto. Una promessa che, ha fatto anche a Benazir Bhutto, due volte primo ministro, in esilio a Londra da una decina d’anni, per accuse di corruzione che presto potrebbero essere dimenticate. Anche di questo, un accordo a lungo negoziato, si saprà nelle prossime ore, Musharraf, vuole il sostegno della leader del partito popolare pakistano, ma la donna che sa tenere testa al generale ed è diventata un’amica fedele della Casa Bianca, chiede oltre al suo ritiro dalle forze armate, che tutte le accuse di corruzione contro di lei cadano e che venga abrogata quella legge che dice che un ex premier non possa concorrere per la terza volta. O otterrà quello che chiede o i suoi deputati boicotteranno il presidente in caduta libera travolto dall’ondata integralista e sostenuto sempre più dall’occidente e meno dalla sua gente.

La Bhutto, 54 anni e le idee chiare, punta a sedersi ancora una volta sulla poltrona del premier. “Il Pakistan è stanco di vivere sotto una dittatura militare, ma Musharraf ha il sostegno degli americani, e a loro, che predicano la democrazia, non importa avere un amico dittatore, purché sia dalla loro parte”, ci spiega Javed Hashmi, capo ad interim del partito di Nawaz Sharif, l’ex premier lui in esilio, il cui governo venne fatto saltare con un colpo di stato da Musharraf nel 1999. “Purtroppo il presidente non ha rivali in queste elezioni”, si lamenta Hashmi per quattro anni tenuto in isolamento in una prigione di Rawalpindi e rilasciato solo qualche anno fa.

Hashmi non prende in considerazione il movimento della Fratellanza degli Avvocati, un’organizzazione che comprende 90 mila giuristi che da settimane battono le strade di tutto il paese per convincere la gente che anche se Musharraf viene rieletto la partita non è finita, e a gennaio alle elezioni legislative dovranno votare i partiti che rispettano i valori della società civile, convinti che gente istruita e libera conterrà da sola la spinta integralista che paralizza il paese. “Il nostro compito è spiegare alla gente che la libertà non è obbedienza – esclama Munir al Malik, presidente dell’Ordine degli Avvocati della Corte Suprema, scalzo in una camera di albergo mentre tira il fiato dopo una giornata di discorsi – la gente deve imparare che giustizia non è uccidere una donna perché il fratello è sgradito a qualcuno, che la corruzione non arricchisce ma rende più fragili, e soprattutto che davanti alla legge non esistono vip”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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