Un lungo viale alberato porta all’entrata della base italiana ad Herat, lungo i lati della strada gli afgani quando c’è una bella giornata, affollano il prato circostante per i loro picnic. Sui motorini salgono intere famiglie, padre, madre con il burqa e i bambini incastrati tra loro, mentre nelle macchine probabilmente riescono a stiparsi intere generazioni.

La città di Herat, dove un detto afgano dice che  “ogni volta che muovi un piede dai un calcio nel sedere ad un poeta”, è il centro della cultura afgana, abbastanza vicina all’Iran da contagiarsi della sua ricchezza e farla propria. E’ qui che vive l’ultimo soffiatore di vetro dell’Afghanistan, ormai un vecchio senza età circondato dai suoi bicchieri blu, ed è qui dove i soldati italiani pattugliano le strade, proteggono la gente, si assicurano che la minaccia talebani non si insinui. Qualche mese fa, il generale Satta, comandante del contingente, circa un migliaio di militari italiani più mille altri di 11 paesi tra i quali Spagna e Slovenia, ci aveva detto che il successo della loro missione era rappresentato dal rapporto che avevano con la gente, dal loro sentirsi ospiti, dal loro sapere di essere lì per presidiare la pace, non per alimentare la guerra. E con la presenza italiana Herat è cresciuta, i soldi della cooperazione civile e militare sono piovuti e moltissimi progetti sono stati avviati.

Intanto dentro la base vicino all’aeroporto si vive, si lavora, sperando che ogni giorno che passa avvicini un po’ di più al ritorno a casa. Si suda in Afghanistan sotto i pesanti giubbetti antiproiettile che ci si vorrebbe strappare di dosso quando il sole cocente batte sulla divisa, si ha paura quando non si capisce cosa accade intorno e quando si sa che la minaccia può venire da ogni parte. Ma si sta e si trova conforto negli occhi di un bambino curato, nel sorriso dell’interprete, nella vista di quelle montagne viola con le cime sempre innevate che non hanno eguali.

La vita alla base è fatta di ordini, di regole, di gerarchie, un piccolo mondo dove tutti i pregi e i difetti di una società normale vengono ingigantiti. Si creano solide amicizie e profondi screzi. Un mondo maschile, anche se ormai ci sono anche le soldatesse, dove si lavora aspettando che il tempo passi. Le giornate sono scandite dagli orari, dai briefing, dalle missioni, dalle convocazioni, spezzate dalle pause della mensa dove i cuochi lottano per riproporre la cucina di casa. E’ davanti ad un vassoio e un bicchiere di plastica che ci si ritrova, qualcuno si rilassa con un biliardino, qualcun altro telefona alla fidanzata, qualcun altro ancora fa la fila agli internet point per chattare con la moglie. Nei portafogli le foto dei figli, nel cuore quello delle mamme. Poi il caffè, prima di ritornare al lavoro, prima che uno zelante ufficiale richiami gli uomini al loro dovere. E il dovere in Afghanistan è quello di mandar avanti una base dove centinaia di uomini sono impegnati nella ricostruzione di un paese fatto a pezzi. Herat, tutto sommato è ancora una buona zona, ma appena si scende verso Farah, o Shindad l’atmosfera comincia a cambiare, sono punti sensibili puntati dai Talebani che controllano il sud del paese spesso assediati dagli americani che tra un’operazione militare e l’altra li spingono a muoversi. Ma stare in un paese straniero, aiutare la popolazione, significa anche fare quello che è possibile per evitare eventuali attacchi alla gente e a se stessi. Ed è quello che probabilmente facevano i due uomini rapiti due giorni fa e che di solito fa l’intelligence legata ad un contingente. Creavano una rete di contatti, raccoglievano informazioni, cercavano di percepire le minacce ed eventualmente prevenirle. E’ un lavoro capillare, sotterraneo, e nei paesi in guerra dove gli stranieri sono obiettivi, di sicuro è un’attività non facile. Ci vuole esperienza, istinto e fortuna per sopravvivere. Ma i rapporti che si instaurano, soprattutto in un paese come l’Afghanistan pagano sempre. “Se un afgano non ti uccide, diventa il tuo migliore amico”, dice un altro detto. E questo gli italiani in Afghanistan lo sanno, chi tra quelli stanziati ad Herat o a Kabul, ha la fortuna di uscire, lo sa. Quel paese ti entra nel cuore e ti trafigge dalla sua bellezza. Il maggio scorso un pilota della marina che aveva trascorso alcuni mesi a Kabul ricordava come fosse stato meraviglioso per lui sorvolare la capitale. “Dall’alto non si vede la guerra, si vede come l’Afghanistan potrebbe essere, e noi stiamo aiutando perché questo accada. E di questo dobbiamo essere sempre fieri”.

 
 
 
 

Giornalista di guerra e scrittrice

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