BEIRUT – Sono arrivate sgommando decine di macchine nere con i vetri oscurati, hanno attraversato l’ultimo posto di blocco prima dell’entrata del Parlamento e dalle portiere sono usciti i deputati della maggioranza, gli antisiriani, quelli che per nulla al mondo avrebbero rinunciato ad essere presenti. Con la paura che li teneva vicini senza scambiarsi tante parole come avrebbero gradito fare in una giornata di sole, in fretta e furia si sono lasciati inghiottire dal palazzo dove avrebbero dovuto votare il nuovo presidente del Libano.

Per loro solo arrivare è stata già una vittoria. Il pericolo di attentati era concreto e loro sono nel mirino di qui vuole destabilizzare il paese. D’altra parte il percorso non è stato lungo, in una Beirut deserta e presidiata da esercito e forze speciali, la maggior parte dei deputati filo occidentali sono partiti dall’hotel di lusso Phoenicia dove resteranno almeno per un altro mese quando il Parlamento si riunirà di nuovo il 23 ottobre. Blindati con le loro guardie del corpo che non li perdono di vista, i contractor stranieri che fanno piani di sicurezza e di evacuazione, i cecchini sui tetti che dal mirino dei loro fucili puntano tutto quello che si muove. Chiusi nell’albergo più bello di Beirut tra dessert di panna e fragole, trascorrono il tempo consci che quel luogo è una bomba ad orologeria.

Altri deputati forse più coraggiosi o fatalisti, hanno deciso di non lasciare le loro famiglie: “Ogni volta che mio marito esce, accendiamo la tv e la radio, restiamo in attesa del suono di una bomba, riprendiamo a respirare solo quando torna a casa”, racconta Anne Franjeh la moglie di Samir, un deputato cristiano antisiriano. “E’ sconvolgente essere uccisi per un voto, il mio nome è su una lista di persone da uccidere – dice Samir che fuori dalla sua porta ha diversi poliziotti e una pistola nella cintola che non abbandona mai – si può solo eleggere in fretta il presidente prima che muoia qualcun altro”.

Per ora la seduta è stata aggiornata non avendo raggiunto il numero di deputati sufficiente per eleggere il presidente. Nulla di nuovo, i libanesi se lo aspettavano dopo che l’opposizione guidata dagli Hezbollah aveva annunciato la propria assenza. Un trucco per far saltare la votazione non essendo ancora stato raggiunto un accordo sul candidato presidenziale. La maggioranza che non è abbastanza numerose da votare da sola vorrebbe un candidato proprio, mentre l’opposizione si dice decisa a boicottare il voto fino a quando non si sarà trovato un uomo di compromesso. In realtà l’opposizione cerca di dimostrare di avere ancora un certo potere dopo il ritiro delle truppe siriane nel 2005.

“Faremo venir meno il quorum finché non ci metteremo d’accordo su un presidente di compromesso", ha detto Hussein Hajj Hassan, uno dei 14 deputati di Hezbollah nel Parlamento per metà cristiano e metà musulmano. La maggioranza antisiriana, che sulla carta conta su 68 seggi

su 128, ha dal canto suo minacciato di eleggere il nuovo presidente con una maggioranza semplice di 65 voti.  “L’elezione del capo dello Stato – ha dichiarato Farid Magari, vice presidente del Parlamento ed esponente della maggioranza – è un dovere, non un diritto o un lusso".

Un diritto che i deputati antisiriani pagano duramente, sapendo che fino al 23 vivranno nella costante minaccia di morte. Ognuno di loro sa che il loro voto può cambiare le sorti del paese, non a caso e proprio per impedire la stabilità, dal 2005 sei parlamentari sono stati uccisi, assottigliando la sempre più risicata maggioranza.

Ma nella sessione di ieri durata relativamente poco non è mancata la commozione per quelle poltrone vuote riempite dalle foto del premier Rafiq Hariri, dall’ex ministro Assel Fleihan, dei deputati  Gibran Tueni, Pierre Gemayel, Walid Eido, tutti uccisi insieme ad Antoine Ghanem falciato da un’autobomba solo una settimana fa.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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