La loro missione è quasi finita. Nell’aria si respira già la trepidazione della partenza. Sei mesi nel sud del Libano, la voglia di tornare a casa diventa ogni giorno più forte. Ma lasciare il libano non è facile, quando si aiuta un popolo a rinascere, in qualche modo se ne diventa parte. Il sud del Libano, solo pochi mesi fa punteggiato da villaggi distrutti, ponti abbattuti, strade dissestate, ora è una regione in pieno sviluppo. Un cantiere a cielo aperto, fatto di ruspe in movimento, di operai al lavoro, di soldi piovuti un po’ da tutto il mondo. Gli Hezbollah, l’organizzazione radicale sciita di cui di fatto è impregnato il tessuto sociale di questa regione, hanno ripiegato nelle retrovie di una paese che sembra aver voglia di crescere dopo la guerra israelo libanese dell’ estate scorsa. Nel 2006 gli italiani sono arrivati in Libano sotto il preciso mandato delle Nazioni Unite che hanno investito 13 mila soldati, 2450 dei quali italiani. Dallo scorso aprirle, il Generale Maurizio Fioravanti guida il contingente che controlla la zona sud ovest del paese, un’area di circa 900 km quadrati. Comandante della Brigata Paracadutisti della Folgore, ha partecipato alla sua prima missione all’estero proprio in Libano negli anni ’80 quando era un giovane tenente, poi in Bosnia e di nuovo qui come generale.  Nel suo ufficio nel centro della base di Tienine, controlla il piccolo mondo che gli è stato assegnato: “E’ stata la missione più bella che ho fatto, questo paese entra nel cuore”.

Ormai siamo agli sgoccioli, la missione della Folgore è finita, è tempo di tirare le somme, il bilancio è positivo?

Assolutamente, basta dare un’occhiata in giro, si respira voglia di vivere, di stare bene, di sapere che le cose funzionano. Sono cambiati gli sguardi delle persone e noi siamo fieri di avere contribuito con decine di progetti di sviluppo e di cooperazione. Non è stato sempre facile, è stato impegnativo, ma credo che ogni giorno che passa senza conflitti è un giorno più verso la pace e l’ottimismo. Questo non significa che ormai il lavoro sia finito, ci sono bambini che non conoscono la pace, ci vorranno anni perché sappiano come si vive senza paura, ma uno è già trascorso.

Le missioni italiane all’estero sono sempre obiettivo di discussione in Italia. Come si spiega quanto è importante quello che i militari italiani fanno all’estero.

Noi facciamo quello che ci dice il governo e il parlamento, ma quando si finisce un lavoro ci si può guardare indietro e capire se si è stati utili, qui per la prima volta in decenni l’esercito libanese ha messo piede nel sud, lavoriamo insieme e li aiutiamo a crescere. Dal punto di vista sociale c’è stato anche un maggiore cambiamento, le milizie non sono più l’unico punto di riferimento della popolazione, sanno che possono contare su di noi, sulla polizia locale, ci hanno visti e ci sentono sempre. Quanto conta il rapporto con la gente locale per il successo di una missione all’estero?

E’ fondamentale. Per noi è come se ci sentissimo a casa in Libano. Abbiamo trovato degli amici, lo si capisce dai piccoli gesti quotidiani, da come sono pronti a dividere il poco che hanno. Avere il loro consenso è il successo della missione, e questo noi lo avvertiamo, ma soprattutto, a il livello pratico per quanto riguarda anche la nostra sicurezza, loro sono i primi sensori delle minacce che possono arrivare fuori e un rapporto di fiducia reciproco aiuta.

Anche con gli Hezbollah?

Noi ci rapportiamo alle istituzioni, molti amministratori locali sono legati al movimento degli Hezbollah, ma noi non facciamo differenze tra le persone, che siano sciiti, sunniti o cristiani. Rappresentiamo l’Italia e il nostro lavoro è stato adempiere alla risoluzione delle Nazioni Unite.

La politica libanese spaccata non aiuta.

Tu mi parli di politica, io della gente  che vuole andare avanti e per me questo è un segnale importante per il futuro di un paese.

E gli israeliani?

E’ il generale Graziano (comandante dell’Unifil) che parla con loro, noi abbiamo il compito di verificare tutte le segnalazioni che ci arrivano, pacchi sospetti, movimenti strani che avvengono da questa parte, ma anche i sorvoli dell’aviazione di Tel Aviv, negli ultimi mesi all’Onu abbiamo notificato almeno 140 di quelle che per i libanesi sono violazioni del territorio e per gli israeliani controlli di sicurezza.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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