BEIRUT – Devono restare vivi il tempo di votare il nuovo presidente poi potranno tornare a casa e riappropriarsi della vita di sempre. Una quarantina di membri della maggioranza antisiriana in parlamento sono stati strappati alle loro famiglie, alle loro abitazioni, alle strade che percorrono ogni giorno per paura che qualcuno li uccida.

E’già successo quattro volte in due anni, otto negli ultimi tre, l’ultimo deputato ucciso, Antoine Ghanem, è stato appena seppellito. E’ una guerra senza esclusione di colpi e la posta in palio è l’elezione del nuovo presidente. Perché questo accada quaranta deputati a rischio attentato sono stati trasferiti nel più bel albergo di Beirut, il Phoenicia Hotel, una costruzione sfarzosa che si affaccia sul mare, ad un chilometro dal Parlamento che si riunirà il martedì per votare.

 L’amministrazione libanese ha affittato un’intera aerea del palazzo, che di fatto ha chiuso a tutti gli altri ospiti. Il personale è stato controllato, ad alcuni è stato dato un buono di uscita e sono stati sostituiti. “Non solo l’hotel non accetta clienti, ma nessun membro dell’opposizione può entrare – ci racconta in condizione di anonimato un impiegato dell’albergo – d’altra parte questa è proprietà privata, ora è come un castello. Tutte le entrate, il garage e i sotterranei sono presidiati. L’hotel è stato perquisito metro per metro e reso sicuro. Ghanem se non fosse stato ucciso mercoledì si sarebbe dovuto trasferire qui quella sera stessa”.

 Una prigione dorata, in questo momento per tutti il posto più pericoloso del Libano. Intorno le strade sono state chiuse e la polizia piantona ogni angolo.

 “Quando mio marito esce, teniamo la tv e la radio accesa, restiamo in attesa di sentire il rumore di un’esplosione, quando poi torna tiriamo un sospiro di sollievo”, racconta Anne Franjeh, la moglie di Samir, deputato che invece ha deciso di rimanere a casa, presidiato da guardie del corpo e protetto da una pistola che non abbandona mai. Il suo nome è nel lungo elenco dei politici dei politici antisiriani ricercati.

 La presidenza che si tenterà di assegnare, dal 25 settembre in poi, rappresenta il cuore dell’amara battaglia tra il governo del premier Fuad Siniora sostenuto dall’occidente e l’opposizione guidata dai filosiriani e il movimento degli Hezbollah. Con l’omicidio di Ghanem la coalizione antisiriana potrebbe perso i voti necessari per spingere verso il candidato di loro scelta. E ora il blocco maggioritario non può permettersi di perdere nessun altro. “Sono sconvolto dalla morte di Ghanem, non si può morire solo perché si è un nome in una lista. I prossimi due mesi, quelli che ci aspettano per votare il presidente saranno i più pericolosi. Questo è diventato il Libano, politica fino all’ultimo sague”, dice il cristiano Franjeh scuotendo la testa convinto che l’omicidio dell’amico Ghanem sia un regalo dei siriani per aiutare i loro alleati.

“Se l’esercito non riuscirà a proteggerci chiederemo la protezione delle forze di sicurezza arabe e internazionali”, spiega Akram Chahayeb, un deputato antisiriano. I parlamentari hanno paura, si aggirano inquieti per la hall, tra i tavolini del bar dell’hotel seguiti dalle loro guardie del corpo consapevoli che la morte li osserva in agguato.

Giornalista di guerra e scrittrice

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