BEIRUT – Scivolano faticosamente, quasi tremanti i feretri avvolti nelle bandiere libanesi attraverso il fiume di folla che le ingurgita. Nell’aria volano petali di rosa e riso, lanciati dalle donne affacciate alle finestre man mano che la bara di Antoine Ghamel e delle due guardie del corpo sfilano verso la chiesa nel quartiere cristiano di Badaro. “Antoine rimarrai vivo in noi” mormorano le donne, mentre gruppetti di giovani inneggiano a slogan traboccanti di rabbia. Intorno ai feretri la gente si stringe in un’umida e uggiosa giornata di lutto. Migliaia i libanesi rendono l’estremo omaggio al deputato cristiano antisiriano ucciso mercoledì scorso da un’autobomba, insieme ad altre 4 persone, tra le quali una nonna che prendeva il tè sul balcone.

Piange il Libano la sua ultima strage mentre la rabbia si insinua tra le lacrime della gente stanca di questo paese martoriato dove violenza sembra l’unica soluzione possibile. Avanzano le bare seguite dai familiari delle vittime che non trovano conforto nel mondo che li scruta. Sventolano le bandiere del Libano tra le lacrime di chi passa, di chi piange un altro uomo morto solo perché il suo posto in parlamento vale quel voto che potrebbe fare la differenza.

Martedì si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali. I due terzi del Parlamento sceglieranno il nuovo presidente. Una partita pericolosa che si gioca tra la ormai risicata maggioranza antisiriana e l’opposizione guidata dagli Hezbollah fedeli alleati di Siria e Iran.

Le campane suonano a lutto e impregnano l’aria, una musica vigorosa accompagna la messa, mentre i leader politici sfidano la paura per accalcarsi nella chiesa del Sacro Cuore nel quartiere dove abitava Ghamel. In prima fila i cristiani Gemayel e Samir Geagea, il sunnita Saad Hariri e il druso Walid Jumblatt. Su di loro pendono minacce di morte, molti deputati sono stati trasferiti in hotel per essere meglio protetti.  

Dentro la chiesa presidiata dalla polizia tuona la voce del Patriarca maronita Butrus Sfeir “Sapevamo che qualcosa sarebbe successo ed è accaduto, la strada della libertà è costellata di morti”. Fuori la gente annuisce. “Bashar ti prenderemo”, scandiscono a voce alta un gruppo di ragazzi che accusa il presidente siriano di essere coinvolto in questa ennesima tragedia. Molti lo pensano.

“Ghanem sapeva di essere in pericolo ma era tornato perché voleva votare”, ha ricordato Amin Gemayel, leader del partito delle Falangi di cui faceva parte Ghamel e padre di Pierre, il ministro dell’Industria ucciso il novembre scorso. Altri due parlamentari antisiriani sono stati uccisi negli ultimi due anni. Ha gli occhi gonfi dal pianto. Gemayel sa cosa significa sacrificare un figlio per il proprio paese ed esorta tutti i parlamentari cristiani ad andare a votare, di superare la paura, di lottare per l’indipendenza del loro paese. La gente fuori applaude. ”Temo che il boicottaggio conduca a un vuoto di potere e alla spartizione. Il martirio di Antoine Ghanem è un messaggio alle Nazioni unite e alla Lega Araba perchè mettano in salvo la Repubblica libanese”, dice Gemayel, ex presidente del Libano e mette in guardia l’opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah da un eventuale boicottaggio delle votazioni.

Sulla bara di Ghanem, piangono la moglie Lola e i suoi quattro figli. “Ya habibi, amore mio”, singhiozza la vedova. “Sono veramente stanca, questo paese è stanco. – ci dice tra lacrime e indignazione Mari Taufir Gharib, la cugina di di Nuhad, una delle due guardie del corpo uccise – ho perso il mio migliore amico in quell’attentato, i nostri politici devono trovare il modo di andare d’accordo. I parlamentari devono preoccuparsi meno dei seggi e più del Libano. Se potessi me ne andrei, ci stanno togliendo tutto, non abbiamo più neanche la speranza che sia fatta giustizia”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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