Bush è stato chiaro: se i progressi nella sicurezza continueranno, gli Stati Uniti potranno cominciare a ritirare una parte degli uomini. Gli iracheni devono aver fatto salti di gioia a questa notizia. Ma poi, come quando un’idea ti colpisce all’improvviso, i telespettatori iracheni  devono essere balzati dalle poltrone dalle quali assistevano inchiodati alla tv al telegiornale alle parole di Bush, il presidente americano che parlava di “ritiro”. “Se i progressi continueranno”, è una frase che va di traverso agli iracheni. “Quali progressi?”, mi dice al telefono Ibrahim Al Saad, un giovane ingegnere disoccupato. “Qui si passa da un inferno all’altro e ogni volta è sempre peggio”. Si interrogano gli iracheni su quale successi possano essere stati raggiunti dagli americani in Iraq. E’ vero negli ultimi mesi da quando sono aumentati i soldati americani di 30 mila unità, gli attacchi sono leggermente diminuiti. Ma non la quantità di morti. Le statistiche parlano chiaro, nel 2006 la media giornaliera era di 30 vittime, nel giro di un anno è raddoppiata. Baghdad, la capitale, è una città divisa, in molti quartieri è stata imposta la Sharia, la legge islamica, le donne sono costrette a portare il velo, a non lavorare, a sposarsi presto e fare figli. Lo stesso vale per le minoranze, costrette a nascondere la propria appartenenza dietro a regole che stanno a tutti troppo strette. Non ci sono più cinema, teatri, ristoranti aperti, la vita sociale e civile è stata letteralmente spazzata via. Ci si interroga sui progressi e gli americani indicano la provincia di Al Anbar, la roccaforte della militanza sunnita, terra fertile per gli uomini di Bin Laden ora combattuti anche dalla popolazione stanca di essere nel mezzo di una battaglia dove perdono solo i civili. E’ vero la provincia di Al Anbar oggi è più sicura, gli americani hanno fatto tabula rasa in quella zona, hanno arrestato migliaia di persone e hanno convinto i leader politici e religiosi che era meglio stare dalla loro parte. Ma se fin dall’inizio avessero assorbito la minoranza sunnita, al potere ai tempi di Saddam, forse al Qaeda non avrebbe mai trovato spazio tra quelli per l’Iraq sono diventati i “resistenti” contro l’invasore. D’altra parte solo qualche giorno fa, il presidente americano Bush ha ammesso di non ricordarsi perché o chi avesse deciso di dissolvere l’esercito iracheno subito dopo la guerra e di epurare ogni struttura politica della presenza dei sunniti che ora a gran richiesta tentato di tornare sulla scena. Un altro esempio di successo americano è il quartiere di Dora, una volta vivace e popolato, si era trasformato in campo di battaglia. Entro luglio gli americani avevano giurato che sarebbero riusciti a far riaprire 300 negozi. Sono andati oltre le aspettative aprendone 303. Un successo se non si va oltre il velo di felicità degli americani: i soldati sono ovunque, gli Stati Uniti hanno finanziato l’apertura di ogni negozio con 2500 dollari a negoziante, pagando gli iracheni perché aprissero per qualche ora al giorno ben sapendo che se non fossero protetti chiuderebbe nel giro di pochi minuti. Dora è sicura, ma se gli americani facessero un passo indietro sarebbe un quartiere fantasma senza contare che prima della guerra i negozi erano più di 600. Saranno i numeri la rovina di Bush: nessuno dei 18 obiettivi richiesti dal congresso americano al governo iracheno è stato soddisfatto. Ci sono più di 2 milioni di profughi sparsi nei paesi confinanti, e ogni mese 60 mila persone fuggono dalle città per riversarsi nei campi. Otto milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, ci sono più di 4000 mila casi sospetti di colera. L’80 % dei ragazzini non va più a scuola e centinaia di insegnati hanno lasciato l’Iraq. La disoccupazione è salita al 50 %. Il sistema sanitario e crollato, la violenza settaria governa i flussi migratori e la criminalità. “Se continueranno i progressi le truppe potranno ritirarsi”, ha detto Bush, “Se le cose stanno così prepariamoci ad avere gli americani qui per sempre”, gli risponde Ibrahim. 

Giornalista di guerra e scrittrice

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