L’incubazione dura solo cinque o sei giorni. I sintomi sembrano essere quelli di una forte influenza intestinale, crampi addominali, nausea, vomito, disidratazione e shock, ma non lo è. L’ultima minaccia che ha colpito l’Iraq, si chiama “colera”. Otto morti, quarantasette casi accertati a Kirkuk, trentacinque a Sulemanya, e 4250 sospetti nella zona. Un’epidemia che le autorità irachene sospettano potrebbe scendere dal Kurdistan fino alla capitale attraversando e contagiando la provincia di Diyala. “Se non si agisce subito potrebbe scoppiare una catastrofe sanitaria in Kurdistan, abbiamo bisogno degli aiuti internazionali e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – si è appellato Zairyan Othman,  ministro della Sanità della regione autonoma kurda che ha dichiarato lo stato di emergenza nella ragione nel tentativo di arginare l’infezione che si propaga attraverso cibo e acqua contaminati. “La risposta del principale ospedale a Sulemaniya è stata precisa e organizzata, tutti si stanno comportando nel modo migliore e aiuti arriveranno presto”, ha confermato Claire Lisa Chaignat, capo della task force per il controllo del colera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e che ha avviato un programma di monitoraggio. Il problema fondamentale è l’acqua contaminata, i pozzi che si mischiano con le fognature distrutte o vecchie, l’inquinamento militare, i cadaveri che galleggiano nei fiumi. Nel nord come misure precauzionali è stata vietata la vendita di succhi di frutta freschi nei bar e di verdure che potrebbero essere state lavate in acqua infetta, nei ristoranti. Bambini e anziani sono le prime vittime del contagio, ma anche le migliaia di persone disseminate nei campi profughi che spesso non hanno accesso all’acqua potabile, sempre più scarsa anche nelle grandi città. Le statiche parlano chiaro, 8 milioni di iracheni hanno urgente bisogno di acqua potabile, il 70 per cento degli iracheni non hanno un adeguato sistema idrico. Il 20% in più del 2003. “La maggior parte dei campi sono lontani dalle città o dai villaggi – dice Fatah Ahmed, portavoce dell’Iraqi Aid Associaton – A volte sono costretti a camminare per km, spesso in aree rischiose. Non sempre i nostri operatori per motivi di sicurezza possono raggiungere i campi, questo significa che nessuno porta acqua”. In alcuni campi vicino alla turbolenta Baqouba, alla santa Najaf, le famiglie raccolgono l’acqua delle fogne. Usano vecchie magliette per filtrarla e poi la bevono senza bollirla. “Almeno il 58% dei bambini nei campi profughi soffrono di patologie legate all’acqua come la dissenteria”, spiega Mayada Obeid, portavoce dell’Organizzazione per la Pace nel Sud. Intanto negli ospedali del nord il ministero della sanità ha inviato 50 tonnellate di medicinali, ma un altro problema è la mancanza di dottori, centinaia sono stati uccisi, 34 mila hanno abbandonato il paese. Um Barak, 37 anni, nella provincia di Diyala, da più di sei mesi vive in un campo profughi, ha quattro bambini, un marito disoccupato, nessuna assistenza sanitaria e pochi litri di acqua al giorno da gestire: “Con quella che abbiamo dobbiamo lavare i piatti, i vestiti e quando è possibile fare un bagno, poi anche se è sporca non ci resta che berla, non lascerò morire i miei bambini di disidratazione”, dice la donna difendendo la sua preziosa e forse letale acqua sporca.

 

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Colera, una nuova minaccia irachena

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