Eco

di Barbara Schiavulli

Una sensazione lo convinse che era solo. Non ne era sicuro perché era bendato. Ma il silenzio che lo circondava nella casa dove era intrappolato significava che le guardie dormivano profondamente. Era il momento di fare una mossa. Hussein Ali con le mani legate spostò la benda che gli copriva gli occhi. La stanza era vuota. Si alzò e lentamente si diresse verso il corridoio, poi scese una rampa di scale. Temeva che battito del suo cuore potesse svegliare o attirare l’attenzione di qualcuno.

Ogni giorno decine di iracheni vengono rapiti a Baghdad. Una macchina blocca la strada, uomini armati costringono il loro obiettivo a salire nel portabagagli. Pianti e preghiere non servono. La storia di Ali è la favola di un uomo che è sopravvissuto al suo rapimento, ma è anche una buona occhiata su come oggi funziona la strategia dei sequestri in Iraq. I rapimenti sono diventati una pratica tanto comune, che lo scorso maggio, la National Insurance Co., un’assicurazione di Stato, ha cominciato a offrire coperture antiterrorismo provvedendo al pagamento in caso di morte e ferimento durante un sequestro. Secondo il ministro degli Interni, quest’anno ci sono stati 188 rapimenti denunciati, ma secondo gli esperti, la maggior parte delle persone non denuncia i sequestri perché spesso la polizia è coinvolta in operazioni criminali o temono che un intervento militare possa mettere a repentaglio la vita dell’ostaggio. Alcuni rapimenti sono per un riscatto. Altri sono attuati da estremisti contro quelli che considerano sacrileghi, come gli artisti, i professori, i giornalisti, le donne in carriera e qualsiasi altro membro della classe istruita irachena.

Molti sequestri, come quello di Ali, nascono dalla violenza settaria tra sunniti e sciiti. Quelli rapiti per un riscatto in genere sopravvivono, se le loro famiglie pagano. Ma il rapimento settario è diverso. I rapitori sono guidati dal desiderio di punire le persone per la loro fede religiosa e pochi non vengono sacrificati. Ali non era un buon candidato per un sequestro. Non è ricco. Non è religioso o attratto dalla politica, ha vissuto nello stesso quartiere per molti anni. Cinquantaquattrenne, sposato con cinque figli, lavora come autista per un ministro. Ma la moglie di Ali è sunnita, e la loro casa è in uno dei più grandi quartieri sunniti di Baghdad, Sadiya. E Ali è sciita.  Un mese fa verso le 7 di sera è uscito per fare un giro. Pochi km dopo la sua casa, una macchina con cinque uomini lo ha bloccato. “Sembravano gentili se non fosse stato per i fucili. Non avevano maschere, erano sbarbati, indossavano pantaloni e magliette”, racconta Ali che in un attimo capì che sarebbe stato rapito. Cercò di urlare, ma nessuno corse in suo aiuto. Ali pensava che quegli uomini fossero sunniti, sapeva che nel quartiere era in corso una sorta di pulizia etnica. La sua sopravvivenza dipendeva dalla loro convinzione che anche lui era un sunnita. Per fortuna non aveva i documenti. Gli chiesero della tribù e lui rispose Hamdani, quella della moglie. Gli chiesero da dove veniva e lui disse Yousifiya, un villaggetto di contadini sunniti a sud di Baghdad. Quando capì di aver dimenticato il cellulare a casa ebbe un respiro di sollievo, alcuni nomi nella rubrica erano sciiti. Lo interrogarono per due ore, lo minacciarono, lo picchiarono. Ma Ali non cedette. Poi lo lasciarono solo per andare a prendere qualcun altro. “Sapevo che i rapitori avrebbero chiesto in giro di me, avrebbero capito, non avevo scelta, dovevo tentare di scappare quando dormivano. In un’altra stanza c’erano uomini in ostaggio, li ho aiutati. Quando abbiamo raggiunto la porta senza fare rumore, siamo corsi fuori. Mi sembrava di vivere in un sogno”.  24 ore dopo il suo rapimento Ali ha fatto ritorno in quella casa dove aveva vissuto in pace per 11 anni a fianco ai suoi vicini sunniti. La sua famiglia stava preparando il funerale. Per mesi aveva cercato di convincere tutti che non dovevano andarsene, che non dovevano cedere, “Non ho avuto paura fino a che non è successo”. Ora Ali ha traslocato e vive con la sua famiglia in un quartiere sciita.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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