Alcuni hanno trascorso ore a trattare con i soldati al posto di blocco dell’aeroporto, altri hanno camminato sotto il sole cocente nella speranza di intravedere il pullman scortato che trasportava i loro eroi. Altri ancora si sono asserragliati intorno alla zona verde, la cittadella fortificata, cuore della politica irachena e sede delle ambasciate internazionali, nel tentativo di manifestare alla squadra la propria gioia, nonostante il coprifuoco del venerdì giorno di preghiera e di bando delle macchine.

Tutti sono rimasti un po’ delusi perché i Leoni della Mesopotamia non li ha visti quasi nessuno. Sono giunti da Amman, dopo una serie di feste che li ha visti protagonisti in Indonesia e a Dubai, ma è a casa loro che non potranno godere dell’affetto dei propri sostenitori. Ragioni di sicurezza, quelle che ormai regolano la vita degli iracheni, sono il motivo per il quale la squadra nazionale irachena che ha appena vinto la Coppa d’Asia non è stata festeggiata per le strade. Niente sfilata, niente canti, niente balli. D’altra parte ogni volta che si celebra in Iraq, qualcuno muore, eppure così felici gli iracheni non lo erano da anni. Hanno pianto dai ragazzini in strada, ai presentatori in televisioni. Hanno riso, urlato e sparato in aria.

I Leoni della Mesopotamia, sono diventati un simbolo, quello dell’unità, del senso di squadra, della vittoria. Un gruppo di ragazzi con pochi mezzi, di etnie e denominazioni religiose diverse, che sono riusciti a mettere da parte le differenze e a vincere, hanno realizzato un sogno per gli iracheni e per molti lanciato un messaggio preciso alla politica incapace di sbloccarsi, di incontrarsi di accordarsi di fronte ai contrasti che ogni giorni si fanno più grandi.

E’ tutto pronto nella super sicura zona verde per una festa in un grande albergo dove ci saranno tutti quelli che contano e che magari di calcio non gliene importa nulla. “Avremmo voluto celebrarli, vederli in mezzo a noi – racconta Ali Rashid, un ragazzo di Baghdad – speravo che organizzassero qualcosa allo stadio, ma capisco i problemi di sicurezza, però è un vero peccato per noi”. La squadra irachena aveva battuto 1-0 l’Arabia Saudita durante la finale di una settimana fa, un goal del capitano, il sunnita Younis Mahmoud che ha agganciato un passaggio perfetto del suo compagno, l’unico curdo, Awar Mullah Mohammed, che solo qualche giorno prima aveva perso la madre in uno scontro fra sette. Loro due insieme a Nashat Akram non sono tornati con i loro compagni di squadra a festeggiare seppur chiusi nella zona verde. Formalmente il capitano, il bomber e il centrocampista sono rimasti negli Emirati Arabi per firmare contratti con altre squadre, ma di fatto, la loro paura di morire è più forte del desiderio di tornare a casa. Younis Mahmoud, il capitano, in questo momento è l’uomo più amato in Iraq, è anche un sunnita che già da qualche anno ha deciso di vivere in Qatar. “Non voglio ferire gli iracheni non tornando, è solo che ho paura di essere ucciso”, ha detto il capitano che non si sente al sicuro in Iraq nonostante il risultato che ha raggiunto nello sport. “Voglio che l’America se ne vada – ha detto senza lasciar spazio a fraintendimenti su chi incolpa per la devastante situazione in Iraq – Oggi, domani o dopodomani, ma via. Spero che tutto questo finisca presto”.  

“E’ una vergogna che non possiamo celebrare propriamente la squadra che ha portato gioia nella nostre vite”, afferma Said Ammar, un ragazzo di 33 anni, molti dei suoi amici hanno preferito restarsene a casa e non affrontare le pericolose strade dove ogni assembramento di persone è un ghiotto bocconcino per un’autobomba. Lo sa bene chi ha festeggiato la semifinale, dove durante i festeggiamenti per la vittoria, morirono 50 persone tra le quali un ragazzino. “Io e i miei compagni abbiamo visto le immagini della madre del bambino in televisione che diceva che non avrebbe pianto – ha detto il capitano Mahmoud – perché suo figlio si era sacrificato per la squadra. A quel punto non potevamo che vincere per lui e per l’Iraq”.

 

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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