Il cellulare all’improvviso diventa bollente. “Abbiamo vinto, abbiamo vinto”, grida Said dall’altro capo del telefono, la cornetta cade, il suono si fa lontano, lo immagino saltare per la stanza mentre abbraccia la madre e le sorelle. La cornetta si risolleva, la sua voce spezzata esplode in singhiozzi: “Lo avresti mai detto? Abbiamo vinto. E’ un sogno che si avvera. Allora qualcosa di buono possiamo farlo anche noi”.

L’Iraq può farcela, contro ogni aspettativa, quando si unisce e lotta insieme. “Kurdi, sunniti, sciiti, amica mia, oggi siamo una cosa sola”, ripete Said capace di trasmettere un’emozione a migliaia di chilometri di distanza.

In lontananza echeggiano gli spari, è il loro modo di festeggiare, anche se il governo aveva chiesto di non farlo, l’Iraq è esploso, per una volta di gioia. La squadra nazionale di calcio irachena ha vinto la Coppa Asiatica, battendo la super campionessa con alle spalle già tre titoli, squadra dell’Arabia Saudita. Ce l’hanno fatta e gli iracheni sono impazziti. Nonostante la richiesta di stare a casa, di non dare possibilità agli estremisti di colpirli, hanno invaso le strade, con canti, inni, scrivendo Iraq sul petto e sventolando bandiere.

“I terroristi vogliono impedirci di essere felici, ma noi oggi dimentichiamo tutti i nostri problemi”, dice Taleb Mustapha, un diciassettenne sciita che mostra una bandiera dipinta sul petto. Il coprifuoco è stato sfidato, il tuono dei kalashnikov e delle pistole troneggia nell’aria, la fatwa (sentenza religiosa) del Grand Ayatollah al Sistani e il monito del premier al Maliki a non sparare non è servito. Gli iracheni indisciplinati festeggiano a modo loro. “Abbiamo realizzato un sogno”, dice piangendo un ragazzino che ha guardato la partita in un bar affollato di gente. Era molto tempo che non si vedevano assembramenti del genere in una Baghdad capitale delle autobombe.

Sciiti, sunniti, kurdi, insieme davanti agli schermi, alle radio, ai televisori, i fiati sospesi, le esplosioni di gioia in un Iraq che nemmeno i suoi abitanti riconoscono più. Estreme le misure di sicurezza: Bando di macchine, moto e carretti in tutta la capitale fino alle sei di questa stasera. Coprifuoco anche a Najaf, Kerbala e Kirkuk la città natale del capitano della squadra irachena, l’eroe che ha segnato il goal della vittoria. In mezzo alla strada, la gente balla, ride, piange, si strappano le maglie e si abbracciano. Non capita spesso. Neanche i soldati sono riusciti a mantenere la loro richiesta compostezza e si sono uniti alla folla. Si piange anche in tv, i presentatori, avvolti nella bandiera ripercorrono la telecronaca di una partita che ha già fatto storia, mentre le lacrime solcano i visi imbellettati e lucidi sotto le luci dei riflettori.

“Ci aspettiamo degli attacchi, abbiamo già fermato delle persone cariche di esplosivo, stiamo facendo del nostro meglio”, ha assicurato il portavoce dell’Esercito iracheno, il generale Bassim Moussawi. Qualche giorno fa, durante i festeggiamenti dopo la vittoria alle semifinali, due autobombe avevano cancellato il sorriso degli iracheni uccidendo 50 tifosi. Fermo anche il parlamento, il blocco sunnita ha sospeso una sessione di crisi per assistere ala partita. Alle 4 del pomeriggio, in Iraq sotto un sole cocente oltre i 50 gradi non volava una mosca, poi l’urlo della vittoria è l’Iraq all’improvviso non è stato più lo stesso paese.

“Abbiamo finito tutto quello che avevamo, bandiere, cappellini, magliette con la scritta “Sono un iracheno”, fino a questo campionato era impensabile vendere una cosa del genere”, spiega Nazim Hassan, un venditore del mercato popolare di Shorja spesso nel mirino di attacchi terroristici. Suhel Jabar ha venduto 4500 bandiere e 1500 magliette e ha dovuto assumere una decina di sarti per soddisfare le richieste.

“Quello che è successo a Baghdad è uno straordinario precedente – dice Omar Khorsheed, uno sportivo turcomanno – non siamo in mezzo alla strada in nome delle nostre sette, denominazioni o religiosi, ma perché per una volta siamo tutti iracheni”.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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