Un goal e i leoni della Mesopotamia sono diventati eroi e simbolo di un Iraq unito. Nessuno pensava che sarebbero arrivati in fondo, tanto meno che avrebbero avuto una piccola possibilità di vincere. Invece la squadra nazionale di calcio irachena è diventata una favola per i suoi tifosi. Cenerentola che vince la coppa asiatica. Erano 31 anni che l’Iraq non vi partecipava e anche solo per quello che i giocatori hanno passato, quella coppa argentata che hanno sventolato davanti alle televisioni del mondo, se la meritavano per quel sorriso che hanno regalato al loro popolo, per la lezione che hanno impartito ai politici, per quel titolo che hanno regalato ai mass media del mondo che una volta non parleranno di morti e  autobombe.

 Ma non è stata una passeggiata, niente lo è in Iraq e loro lo sapevano, ma ci hanno creduto: l’assistente dell’allenatore si è dovuto dimettere per le continue minacce che suo figlio sarebbe stato rapito, il portiere ha perso il cognato quattro giorni prima di partire per il torneo, ucciso da un’autobomba, mentre due ore prima dei quarti di finale contro il Vietnam, il centrocampista Hawar Mulla Mohammad ha ricevuto una telefonata del premier Nouri Al Maliki che gli diceva che sua madre era stata uccisa dalla violenza settaria. Muhammad ha giocato e la squadra ha vinto 2 a 0.

 Una sfida dura quella di battere l’Arabia Saudita che ha vinto tre volte la coppa asiatica e puntava alla quarta.

I sauditi sono arrivati a Jakarta con un jet privato, con a seguito medici e massaggiatori. Gli iracheni hanno viaggiato in classe economica, hanno trascorso 12 ore nella salette di attesa di ogni aeroporto per ottenere il visto, hanno preso la dissenteria e quando hanno raggiunto la Malesia per disputare la semifinale, si sono accorti che le loro stanze erano state occupate dalla squadra iraniana che era stata appena eliminata. Hanno dormito nella hall, hanno giocato con un equipaggiamento vecchio, sono andati avanti solo spinti dalla volontà e dalla passione. E dal loro allenatore. Un brasiliano come quello dei sauditi, Jorvan Vieira, 54 anni: “Allenare questa squadra è stata la cosa più difficile della mia carriera”, ammette Vieira, che in due mesi ha preparato la squadra irachena in una località segreta della Giordania. Vieira è un veterano, ha lavorato con 26 squadre e cinque nazionali. “Nessuno si aspettava che saremmo arrivati fino a qui, io stesso sono scioccato”, dice l’allenatore che all’inizio è stato visto come un intruso dai giocatori che volevano un iracheno. Il premier ha chiesto all’allenatore di restare per allenare la squadra per i mondiali del 2010. “Se resto altri sei mesi mi ricoverano in manicomio. Sono felice per il risultato raggiunto per me è stata una sfida, ma sono una persona meticolosa e ho dovuto combattere per qualunque cosa, al primo allenamento si sono presentati in sei perché gli sciiti non volevano giocare con i sunniti”.

Vieira ha fatto un miracolo, quello che nessuno in quattro anni dalla caduta di Saddam è riuscito a fare, ha unito sunniti, kurdi, sciiti e li ha resi una squadra. “Ma se resto ne andrà della mia salute. Seguo il mio istinto, era una cosa che dovevo fare, dovevo mandare un messaggio, ora posso passare oltre, anche se è difficile dire addio. Ma questi ragazzi sono eccezionali e lo hanno dimostrato”. 

Giornalista di guerra e scrittrice

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