Qualsiasi giocatore conosce la pena che si prova quando si sbaglia una punizione o un rigore. Ma per la squadra nazionale di calcio iracheno prima della caduta di Saddam, il dolore era fisico. Significava umiliazione, carcere e tortura. Nessuno in Iraq osava fare il gioco duro perché quello che sarebbe accaduto se avessero preso una punizione faceva sì che era meglio lasciar andare la palla. D’altra parte erano le regole di Uday Hussein, il figlio maggiore dell’ex rais, che si era autonominato a metà degli anni 80, direttore della federazione di calcio irachena e di quella olimpica. Un sadico che teneva nelle mani gli atleti del suo paese che non vincevano per la gloria ma per non essere torturati. Abbas Rahim Zair, un centrocampista sbagliò un tiro durante una partita contro gli Emirati e finì per tre settimane in una cella di isolamento, ogni giorno veniva picchiato sotto le piante dei piedi. Uday per incitare i suoi giocatori, diceva loro che se non vincevano gli avrebbe tagliato le gambe e nessuno di loro lo ha mai dubitato. In molti hanno provato le scosse elettriche e i bagni nelle fogne. Ogni atleta aveva un pensiero fisso nella testa: che Uday, li stava guardando. “Il cartellino rosso era particolarmente pericoloso”, ha raccontato Yasser Abdul Latif, che nel 2000 commise un fallo. Portato in prigione, in una cella di due metri quadrati, gli rasarono la testa e le sopracciglie. Spogliato fino alla vita, fu costretto a fare flessioni per due ore, poi legato con dei fili elettrici venne torturato. Il capitano Habib Jaffar, adorato da un’intera generazione di ragazzi negli anni 80 è forse quello che è stato punito più di chiunque altro. “Ora che Uday non c’è più, speriamo di dimenticare – ci disse il calciatore dopo la caduta di Saddam – vorrei solo avere ancora vent’anni per dimostrare quanto meglio avrei potuto giocare se non fossi morto di paura ogni volta che toccavo il pallone”.

  

Giornalista di guerra e scrittrice

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