Una guerra giusta, così l’ha definita un anno dopo Ehud Olmert, il primo ministro israeliano. Era un mercoledì mattina quando un commando di militanti del partito di Dio ha superato il confine, sorpreso una pattuglia israeliana, ucciso 8 militari e ne ha catturati due. Immediata la reazione di Israele, con un consiglio di guerra durato 40 minuti, che nei mesi successivi porterà a dure critiche che costeranno il posto al Capo di Stato Maggiore e al Ministro della Difesa. “Ridatemi la mia anima gemella”, ci disse trattenendo le lacrime la moglie del soldato israeliano Ehud Golvasser rapito il 12 luglio del 2006. Mentre la sua voce spezzata raccontava il loro giovane amore distrutto, infuriava la guerra tra Israele e gli Hezbollah, l’artiglieria sparava, i razzi piovevano, le città venivano distrutte e la gente fuggiva.   Il primo cemento a piegarsi al tuono delle bombe israeliane sarà l’aeroporto di Beirut. Seguiranno 34 giorni di fuoco. Da una parte il Libano con 1200 morti, 4400 feriti, la maggior parte dei quali civili, un milione di profughi e centinaia di edifici e infrastrutture distrutte. Dall’altra, Israele, con più di 4000 razzi caduti, 158 vite falciate e la paura di una regione sotto assedio che ancora attanaglia gli animi dei residenti del nord. Una guerra giusta per Olmert, un conflitto che gli israeliani, per il mondo arabo hanno perso, riversando per la prima volta sul movimento radicale sciita un’importanza politica che non aveva mai avuto. “Una vittoria divina”, la definì Nasrallah, il leader degli Hezbollah. In realtà a fermare gli animi fu un accordo con le Nazioni Unite, Israele che aveva invaso il Libano si ritirava, una forza internazionale prendeva il loro posto assistiti dai militari libanesi e gli Hezbollah si rintanavano nelle loro case. E così fu. Un anno dopo il Libano vacilla, il nord paralizzato da settimane di scontri con l’esercito libanese non riesce ad espugnare il campo profughi di Naher Bared controllato dai militanti di Al Qaeda, a Beirut con una grave crisi politica e nel sud una calma tesa tenuta insieme dalle Nazioni Unite che ormai controllano la regione con 13mila militari internazionali.

 “Prendemmo la decisione giusta e che ci ha consentito di allontanare la minaccia degli Hezbollah dai nostri confini", ha detto Olmert, ma di fatto la minaccia si è solo assopita, gli Hazbollah sono sempre lì, con le armi chiuse nei loro tunnel e secondo fonti libanesi sarebbero anche più forti dell’anno scorso quando si confrontarono strenuamente nelle roccaforti del sud trasformate in scheletri di città. Per il premier la situazione del nord è tornata tranquilla, i contadini lavorano, il turismo è ripreso, e anche se rimangono le incertezze sulla forza militare israeliana.

“In questo anno la nostra presenza ha permesso che si godesse nel sud di un periodo di stabilità”, ci dice il maggiore Diego Fulco, portavoce del contingente Onu. “I rapporti con la popolazione sono buoni, siamo tra la gente e a loro piace sentirci vicini”, ci conferma il capitano Matteo Tuzi, portavoce del contingente italiano impegnato in decine di progetti di sviluppo.

 Ma è proprio la gente che ad un anno della guerra non risparmia polemiche sulla gestione dei fondi della ricostruzione. “La priorità del governo è stata quella di dare sostegno alle famiglie delle vittime”, dice Jihad Azour, il ministro libanese delle Finanze. Quelli del sud non sono d’accordo, i soldi per la ricostruzione sono arrivati dall’estero, soprattutto da Qatar, Iran e da altri paesi donatori. Più positivo il bilancio della ricostruzione delle infrastrutture pubbliche: dei 91 ponti distrutti, 51 sono stati ricostruiti, sempre grazie a privati. Critiche anche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nessuno si è assunto la responsabilità, né gli israeliani né gli hezbollah di aver trasformato una regione in un campo di battaglia incuranti dei civili. E’ passato un anno e la guerra giusta di Olmert non ha riportato a casa i due soldati, non ha reso Beirut più forte, né il resto della regione. In Libano resta solo una montagna di polvere, di case distrutte, di bambini traumatizzati e di equilibri interrotti, nel nord di Israele, la paura che da un momento all’altro tutto possa ricominciare da capo.

 

  

Giornalista di guerra e scrittrice

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