Quando la politica chiede ai propri cittadini di armarsi e di difendersi da soli, lo Stato non esiste più. Quattro anni dopo la fine della guerra che ha spazzato via il regime di Saddam Hussein e che avrebbe dovuto portare libertà e democrazia, l’Iraq si arrende. Siamo a questo punto. Un buco nero nel quale si affacciano gli iracheni, alcuni con le mani insanguinate, altri, vittime innocenti, tutti consapevoli che il confine di non ritorno è ormai stato superato da molto tempo. I politici sunniti e quelli sciiti, raramente vanno d’accordo. Ma questa volta l’appello è comune dopo un fine settimana che ha falciato più di 220 vite tra esecuzioni, autobombe e mine piazzate sulla strada, si chiede che i civili prendano le armi e si difendano da soli. E’ il più grande fallimento di uno Stato, non riuscire a garantire la sicurezza dei propri cittadini, la più grande delusione che ci costringe ad ingoiare il presidente americano Bush che con i suoi discorsi altisonanti non è riuscito non solo a combattere il terrorismo, ma neanche a rimediare i propri errori.

E ora, alla gente normale, quella che ogni giorno rischia la vita andando a fare la spesa al mercato, o andando a scuola per accompagnare i figli, o seduti in piazza ad aspettare che il lavoro chiami, a loro tocca prendersi cura di se stessi, della propria famiglia e dei propri vicini. Della polizia non ci si può fidare, sono sunniti e gli sciiti ne hanno paura. Dell’esercito non ci si può fidare, sono sciiti e i sunniti ne sono terrorizzati. Degli alleati non ci si può fidare perché hanno talmente di quello che li circonda che sparano prima e poi ti chiedono chi sei. Della politica non ci si può fidare, perché è un mondo complicato anche quando si vive in pace, figurarsi quando per ogni parlamentare ci vogliono almeno trenta guardie del corpo per proteggere persone che pensano al bene del loro partito o movimento più che di tutti gli iracheni insieme, quando i politici nella loro sfacciata ipocrisia profetizzano la guerra civile se gli americani se ne andassero. E adesso che succede in Iraq, scaramucce che ammazzano mille persone a settimana?

 

Non resta che adattarsi a quello che l’Iraq è diventato, una giungla dove per sopravvivere bisogna essere cannibali e attaccare prima di essere uccisi. “Gli iracheni hanno il diritto di aspettarsi dal proprio governo protezione per le loro vite, per la loro terra, il loro onore e la proprietà”, dice il sunnita Tariq al Hashemi, vice presidente. Ma visto che non è possibile, “non c’è altra scelta che difendersi da soli”, il governo, secondo Hashemi, dovrebbe provvedere a fornire le comunità con denaro, armi, addestramento e dare delle regole di comportamento, molto più simili a quelle di ingaggio che all’educazione al buon vicinato. “La situazione è diventata insostenibile – afferma Adnan al Dulaimi, un altro importante parlamentare sunnita – il primo ministro al Al Maliki ha fallito e cercheremo di far cadere il suo governo sciita”. Il voto di confidenza è previsto per il 15 luglio, ma comunque vada, andrà sempre peggio per l’Iraq.

D’altra parte l’idea di utilizzare i civili per combattere una guerra persa in Iraq, non è nuova, nella provincia di Al Anbar, roccaforte della militanza sunnita e prima residenza del ramo locale di Al Qaeda, sono state le tribù e non gli assedi americani e dell’esercito iracheno a dare una scossa al terrorismo. La gente si è ribellata ad Al Qaeda e sembra con un certo successo, visto che i capi si sarebbero spostati verso nord. Ma al Qaeda non è una piramide immobile, è più un pugno di sabbia che scivola tra le dita e si posa dove vuole, dove il vento soffia più forte. Agli americani piacerebbe riproporre il modello della provincia di al Anbar, ma nessuno sa fino a dove quelli di al Qaeda, possono venire spinti. La loro potenza, la loro ferocia sembra essere inattaccabile, ma il problema non sono solo loro. C’è la lotta interreligiosa tra sunniti e sciiti, c’è il desiderio di vendetta, c’è la profonda criminalità. C’è il caos. Secondo il generale Ali Ghedain, l’esercito iracheno ha deciso di raccogliere forze volontari nella provincial di Diyala, dove gli americani sono riusciti a liberarsi dei combattenti di al Qaeda da parte di Baqouba, il tumultuoso capoluogo. Tremila e ottocento volontari sarebbero stati reclutati.

“La loro missione sarà simile a quella dei vigilanti, lavoreranno sotto la polizia – spiega Gheidan – proteggeranno alcune aeree, le stesse in cui abitano. Lo scopo è di mantenere il controllo delle zone che sono già state liberate dai militari senza che ricadano nelle mani della militanza”. E’ pur sempre un’idea. Ma riempire di altre armi i vicoli polverosi e angusti dell’Iraq è un rischio. Ma forse, solo uno in più.

Giornalista di guerra e scrittrice

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