Sono centinaia le persone ammassate a Eretz, sul confine tra Gaza e Israele. I cancelli sono chiusi, il lungo tunnel che ricorda l’antro di un inferno è affollato di gente e valigie. Di persone che vogliono scappare e non ci riescono. Nei sacchetti, nelle borse ci sono i ricordi, ci sono le cose importanti prese al volo. Nei cuori invece c’è la disperazione per un paese dove non si è mai vissuti in pace e dove ormai solo la speranza è riuscita a fuggire. “Dateci asilo politico, in un paese arabo, in Europa, ovunque. Non ne possiamo più di vivere a Gaza”, dice Amir, un signore anziano da ore in fila. Intorno a lui le donne piangono, i bambini fanno i capricci, la pattumiera aumenta e il caldo soffoca. Dall’altra parte, Israele e la Cisgiordania che vorrebbero raggiungere, ma i portoni restano chiusi anche se gli israeliani sembrano ammorbiditi con il neo governo palestinese, ma ci vuole tempo per prendere delle decisioni. A Ramallah ad almeno tre ore di macchina da Gaza, un  cellulare non smette di squillare. E’ la moglie di Alaa Yaghi, uno dei capi di Fatah a Gaza. Chiama in continuazione per aggiornare il marito sulla situazione. La voce dall’altro capo è concitata, sono due giorni che la donna si trova a Eretz, dove sta tentando di uscire con i suoi sei figli. Stanno sparando, hamas cerca di impedire alla gente di lasciare Gaza, Israele risponde, si saprà solo più tardi che ci sono stati due morti e diversi feriti. Yaghi sta facendo il possibile per ottenere i permessi, ma il tempo è tiranno. A lui, è andata meglio, membro del parlamento palestinese ha il permesso di entrare e uscire da Gaza. Venerdì scorso quando la Striscia stava per capitolare cedendo al controllo di Hamas, lui è dovuto scappare. “Ero un bersaglio, mi avrebbero ucciso, restando avrei messo in pericolo anche la mia famiglia”. Yaghi, 43 anni, si trova a Ramallah insieme ad almeno 150 compagni sparsi in vari alberghi, da giovani combattenti della sicurezza, capi e semi capi di al Fatah, fuggiti da Gaza, abbandonata al suo destino e ad Hamas. “Da qui seguiamo la situazione, il nostro pensiero principale è mettere in salvo le nostre famiglie e i civili, quelli di Hamas si sono rivelati per quello che sono: assassini brutali e senza etica”, ci racconta Yaghi.  Durante gli scontri della scorsa settimana 160 palestinesi sono rimasti uccisi, tra i quali anche bambini e passanti. Chi è vivo, vorrebbe andarsene, in fondo Gaza non offre nulla, niente lavoro, niente prospettive, e adesso anche la violenza interna. Hamas che controlla tutto e vuole imporre uno stato islamico. “Ci stiamo dirigendo verso il disastro”, spiega Ibrahim Habib, un medico operatore umanitario. “Ci sono moltissimi feriti e malati che hanno bisogno di attraversare, ormai gli ospedali a Gaza sono diventate basi per i militanti di Hamas”. Ma più della sicurezza, i palestinesi hanno bisogno di cibo e benzina. Con i confini chiusi non entra molto, anche se Israele ha promesso di non provocare una catastrofe umanitaria, manca luce e acqua. Ma anche qualora arrivassero rifornimenti, tutti, un milione e due cento persone, si chiedono in quella che è l’area più popolata della terra, se Hamas permetterà che il cibo entri nelle case. Meglio andarsene. Dietro non si lascia molto.

I palestinesi in attesa dormono per terra, si sono portati dei tappeti e dei pezzi di cartone, alcuni stanno sul cemento. “Abbiamo dormito qui per quattro giorni, ho lasciato Gaza City con la mia famiglia per cercare di andare in Cisgiordania, ma Israele non ci lascia passare”, racconta Amir che lavorava al palazzo presidenziale ora caduto nelle mani dei combattenti di Hamas. Ci sono anche altri uomini della sicurezza palestinese, che hanno abbandonato le armi e cercano di scappare, hanno paura di morire come i loro colleghi spinti giù dai tetti dei palazzi. Uno racconta che un suo collega è stato trascinato per le strade di Gaza e bersagliato di colpi di pistola. La paura regna sovrana e per molti di loro si chiama Hamas. A Eretz la gente si fa aria con giornali e ventagli, qualcuno si arrotola la maglietta intorno alla testa per proteggersi dal sole o si stringe sotto qualche tettoia di cemento. Alcune parti sono state distrutte dai saccheggi dei giorni scorsi che hanno attaccato qualsiasi postazione politica o militare palestinese. Dall’altra parte gli israeliani osservano quel mare di gente, urlano di andare indietro ogni volta che qualcuno tenta di avvicinarsi al cancello. Ieri quelli di Hamas hanno sparato contro di loro, e i soldati hanno risposto uccidendo almeno due palestinesi e ferendone una trentina. Hamas sa che fino a che qualcuno sparerà, gli israeliani non apriranno le porte e hamas non vuole che la gente non lasci la sua nuova piccola povera fortezza. Fatima piange. Viene da Khan Younis, accanto a se ha suo marito e suoi cinque figli. “Vogliamo solo andare a Ramallah”, dice con la voce spezzata spiegando che desidera raggiungere la Cisgiordania, suo marito lavora nella polizia, è un sostenitore del presidente Mahmoud Abbas, una scelta che oggi può significare la condanna a morte. “Sono venuti nella nostra casa, hanno preso le armi di mio marito e ci hanno minacciato – dice la ragazza riferendosi ad Hamas – abbiamo i soldati israeliani davanti e i militanti dietro, che dobbiamo fare?”. Quelli di Hamas si muovono tra la gente, controllano le macchine, montano posti di blocco, chi è di Al Fatah viene arrestato e portato via. Il ministro della Giustizia israeliano, Daniel Friedman, ha lanciato un invito, il primo, a facilitare il passaggio dei palestinesi che vogliono uscire: “Se non sono di Hamas, non sono nostri nemici”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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