RAMALLAH  – Il cellulare non smette di squillare. E’ la moglie di Alaa Yaghi, uno dei capi di Fatah a Gaza, chiama in continuazione per aggiornare il marito sulla situazione a Gaza. La voce dall’altro capo è concitata, sono due giorni che la donna si trova a Eretz, il confine israeliano dove tenta di uscire con i suoi sei figli. Stanno sparando, hamas cerca di impedire alla gente di lasciare Gaza, Israele risponde, si saprà solo più tardi che ci sono stati due morti e diversi feriti. Yaghi sta facendo il possibile per ottenere i permessi, ma ci vuole tempo. A lui, è andata meglio, membro del parlamento palestinese ha il permesso di entrare e uscire da Gaza. Venerdì scorso quando la Striscia stava per capitolare cedendo al controllo di Hamas, lui è dovuto scappare. “Ero un bersaglio, mi avrebbero ucciso, restando avrei messo in pericolo anche la mia famiglia”.

 Yaghi, 43 anni, si trova a Ramallah insieme ad almeno 150 compagni sparsi in vari alberghi, tutti piuttosto lussuosi per il cuore della politica palestinese, da giovani combattenti della sicurezza, capi e semi capi di al Fatah, fuggiti da Gaza, abbandonata al suo destino e ad Hamas. “Da qui seguiamo la situazione, il nostro pensiero principale è mettere in salvo le nostre famiglie e i civili, quelli di Hamas si sono rivelati per quello che sono: assassini brutali e senza etica”, ci racconta Yaghi.  Durante gli scontri della scorsa settimana 160 palestinesi sono rimasti uccisi, tra i quali anche bambini e passanti. Ma se a Gaza Hamas ha schiacciato al Fatah, in Cisgiordania sta avvenendo il contrario. Quelli di Al Fatah incendiano uffici, occupano municipalità come quella di Nablus, minacciano e rapiscono membri della movimento radicale. “Stiamo cercando di abbassare la tensione nei territori. La nostra fortuna è essere l’unico referente per l’occidente e Hamas verrà stretta in una morsa”.

Al Gran Park Hotel tra una riunione e l’altra, i fedeli di al Fatah, soprattutto quelli più giovani, si concentrano nella hall, devono tè e caffè, fumano, bivaccano, cercando di capire che ne sarà del loro futuro di esiliati. I telefoni sono sempre occupati, chiamano le famiglie a Gaza, molti di loro raccontano che Hamas ha perquisito le case, portato via armi e documenti. “I militanti hanno detto a mia moglie che volevano tutto quello che apparteneva al governo”, dice un agente della sicurezza palestinese. Non vogliono fare nomi, si sentono in pericolo. Un suo collega racconta invece che la sua macchina è stata sequestrata, insieme a un kalashnikov e alcune granate. Parlano degli scontri, della gente chiusa in casa, della superiorità di Hamas che non ha esitato a uccidere personale della sicurezza palestinese, poliziotti e non tutti legati ad al Fatah.  “Sono dovuto scappare perché il mio nome basta per farmi uccidere”, dice un parente di Mohammed Dahlan, l’ex capo del consiglio di sicurezza nazionale, la cui casa è stata messa a ferro a fuoco. Ora è un loro avamposto. Di Dahlan, giunto a Ramallah, si sono perse le tracce, Hamas lo vuole morto, mentre alcuni esponenti di Fatah hanno chiesto al presidente di processare Dahlan per fargli spiegare le ragioni della sconfitta di fronte alle forze di Hamas. Yaghi scuote la testa: “Siamo molto divisi all’interno di Fatah, e questo è il nostro principale problema. Non riusciamo ad essere compatti, è una specie di maledizione che continua a spingerci verso il fondo. D’altra parte nessuno di noi è qui per vivere in pace, ma solo per rimanere aggrappati a questa terra. Finché morte non ci separi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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