RAMALLAH – L’odore del fumo impregna l’aria già dal secondo piano. Ma solo quando si arriva al quarto ci si rende conto che del negozio di Amjad Barghouti non resta niente. Il fuoco ha distrutto i muri, inghiottito la mercanzia, sciolto il ferro. Se l’incendio non fosse stato controllato da chi lo ha appiccato sarebbe divampato in tutto il centro commerciale a due passi da Al Manar, la piazza principale di Ramallah trafficata e pullulante di macchine e gente come sempre. “Sono arrivati in 15 verso mezzanotte armati di M16, dicendo che dovevano eseguire degli ordini hanno neutralizzato la guardia e hanno fatto irruzione nel mio negozio, hanno rubato quello che potevano portare via, poi hanno sparso alcune taniche di benzina e hanno bruciato tutto. La guardia ha giurato che erano agenti della sicurezza. Uomini di Al Fatah”, racconta Amjad con gli occhi arrossati, un po’ per la commozione e un po’ per il fumo che ancora aleggia dopo qualche giorno. Gli operai sono al lavoro, rimuovono le macerie per dare agli elettricisti il tempo di intervenire.

 Amjad è un membro di Hamas, suo fratello nel governo precedente, durato solo tre mesi, era il ministro per i Governatorati Locali, e ora è nel mirino dei militanti di Al Fatah. Quello che sta accadendo a Gaza, dove Hamas al potere ha perfino messo in piedi veri e propri tribunali popolari per processare quelli di Al Fatah, accade al contrario in Cisgiordania, dove i membri di Hamas sono nascosti per paura della rappresaglia del partito avverso. A Nablus e a Jenin dove detta legge l’ala armata di al Fatah, le Brigate di Al Aqsa, sono stati distribuiti volantini con i nomi di medici, professori, uomini di affari, politici, legati ad Hamas e quindi ricercati.

 Se la politica avanza, fa piani e progetti, per le strade, la tensione impregna l’aria, come il fumo del negozio di Amjad. “Non si può fare pressioni su pressioni e poi pretendere che la situazione non scoppi. Hamas è stata tradita, era stato chiesto di entrare in politica, ma nel momento in cui abbiamo vinto le elezioni il governo palestinese è stato isolato.

 E’ questa la democrazia? – dice Amjad – se domani ci fossero elezioni, non andrei a votare, quelle del gennaio scorso furono serene e con molta partecipazione come l’Occidente voleva, ma il risultato non è piaciuto. Non possono pensare che andremo a votare fino a quando la comunità internazionale sarà contenta”. Hamas scompare nelle strade polverose della Cisgiordania, ma inneggia in quelle di Gaza, “L’Occidente sta facendo politica ricattando con i soldi degli aiuti”, ci dice al telefono da Gaza, Fauzi Barhoum, portavoce di Hamas che non riconosce il nuovo governo di emergenza, fatto di ministri indipendenti e voluto dal presidente Mahmoud Abbas per superare la crisi politica e sbloccare i centinaia di milioni di dollari congelati dai paesi donatori che non accettano al governo la presenza di Hamas, organizzazione iscritta nelle liste del terrore. “Dando sostegno finanziario all’Autorità Palestinese, l’occidente appoggia un governo illegittimo”.

 Le contraddizioni di questa ultima crisi interna palestinese sembrano evidenti, ma la violenza? “Non so cosa stia esattamente succedendo a Gaza – spiega Amjad reggendosi la testa tra le mani, ma so cosa significa essere una vittima – e non sono sicuro che appoggerei tutto quello che Hamas sta facendo nella Striscia. Ma la violenza non può durare per sempre, Hamas è esplosa ma solo perché vi è stata spinta. Gaza è una gabbia che bolle e la Cisgiordania potrebbe diventarlo. Nessuno di noi ha chiesto di tagliare i ponti con il presidente. E’ lui, il “moderato”, che non ci vuole parlare”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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