Avrei un mucchio di cose da raccontare di questo viaggio allucinante nel mondo africano, ma non dormo da tre giorni, e questa è la prima sera che che ho qualche ora per farlo. Se penso che domenica ero in Libano poi in Italia, poi lunedi e martedi in etiopia e sempre martedì in Sudan e oggi in Darfur…
oggi siamo stati dimenticati dal convoglio che ci trasportava dopo la visita alle Nazioni Unite, ci hanno messo più di un’ora a venirci a prendere sotto i 44 gradi, circondati da polvere e terra, poi più tardi uno dei nostri compagni di viaggio in Darfur è inciampato, si è squarciato un braccio su un tavolino di vetro andato in frantumi. Non è bello essere medicati con tanto di punti in uno di quelli ospedaletti più abituati a cucire morti che una piccola ferita…
vado a nanna,
 

AL FASHER (DARFUR) – La carcassa di una mucca affiora sul ciglio della strada sterrata, la bocca ancora aperta, gli occhi infossati e le costole sporgenti sbiancate dal lavoro preciso di qualche uccello affamato, luccicano sotto un torrido sole africano.

 Il Darfur brucia ma non nel campo profughi di Abu Shouk ad un paio di chilometri dalla cittadini di al Fasher, la capitale nel nord del Darfur. Ci sono circa 40 mila rifugiati, ma nessuno sembra conoscerne il numero esatto. Abu Shouk è il grande zoo umano del governo sudanese. Scortato dall’esercito e da qualche macchina dell’Unione Africana, che di stanza ha qualche migliaio di militari che lavorano in una più o meno cooperazione con le Nazioni Unite anche loro presenti in una delle regioni più martoriate dell’Africa, un pulmino attraversa il campo, ci gira intorno, percorre viuzze mentre la gente, famiglie intere si lasciano osservare nel buco nero di una vita che non gli appartiene più. Solo i muli e i bambini sembrano divertirsi correndo verso le macchine lanciando sorrisi e saluti, gli adulti con i quali non è permesso parlare, sembrano delle statue in attesa di essere riportate da dove vengono o di restare lì, in quelle case di fango e paglia, circondati da staccionate di legno che ormai da anni li ospitano. Il temporaneo campo sta diventando una squallida cittadella del nord dove non ci sono fogne o acqua, dove lungo la strada principale ci sono enormi buche nel terreno dove butta tutta l’immondizia e poi le si da fuoco. Il convoglio del governo sudanese mostra la sua fierezza, sembra voler sfoggiare una forza che si concentra solo in alcune parti della regione. Per quanto tutti, dalle Nazioni Unite, all’Unione Africana, confermino un leggero miglioramento della situazione, la crisi umanitaria è devastante.

 E’ dal 2003 che il Darfur è schiacciato dalla violenza, da quando ribelli africani hanno cominciato a scontrarsi con la milizia janjaweed sostenuta dal governo sudanese. D’allora più di 200 mila persone sono morte e due milioni e mezzo sono state costrette  ad abbandonare le loro case. “Sin dall’inizio il governo ha cercato una soluzione pacifica – ci spiega Osman Yousuf Kibier, il governatore del Nord del Darfur – e stiamo facendo del nostro meglio perché si raggiunga una tregua, in modo che il conflitto non si allarghi agli stati vicini”.

Il governo sudanese non desidera la presenza di un contingente straniero troppo numeroso, visto come un’interferenza, preferisce l’armata dell’Unione Africana fatta di soldati di paesi del continente nero, che però non hanno  né mezzi, né esperienza. “Il problema principale è trovare gli interlocutori, ci sono decine di gruppi ribelli, il lavoro è quello di creare un unico fronte con cui poter lavorare – ci dice un alto funzionario dell’Unione Africana che preferisce restare anonimo – quello che posso assicurare è che se nessuno fosse andato in Darfur oggi saremmo di fronte ad un genocidio. Abbiamo imparato la lezione del Ruanda”. Ma in Darfur, un’area vasta come la Francia, si continua a combattere e a morire. Gli americani hanno aumentato le sanzioni contro il Sudan, ma in realtà toccano di poco l’economia, soprattutto quella petrolifera del paese. Amnesty International, ha trovato un modo diverso di fare pressioni, ha affittato un satellite e deciso di pubblicare a soprattutto aggiornare continuamente con foto di villaggi o campi distrutti. “La nostra priorità è riportare a casa la gente. La nostra presenza risponde ad innumerevoli difficoltà – spiega Miguel Martin, il vice capo della missione delle Nazioni Unite in Darfur – molte cose vanno migliorate non solo nei campi, ma anche nella sicurezza, ma per questo serve tempo e risorse” e intanto le casette di terra e fango, dove la vita è solo una lunga attesa, aumentano.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “il darfur di khartoum

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