AITA EL SHAAB – Un anno fa, il sud del Libano era una terra distrutta. I bombardamenti israeliani avevano raso al suolo parti di città, villaggi, strade e ponti nel tentativo di sradicare la presenza degli hezbollah nel sud. Non ci sono riusciti, ad un anno da quei 33 giorni di guerra, gli hezbollah sono ancora al loro posto e il sud rinasce sotto i colpi di martello e di cazzuola degli stessi ex militanti che imbracciavano i kalashnikov e lanciavano razzi. Il sud è un cantiere aperto. Il vento fresco solleva la polvere e avvolge le case tappezzate di poster con i visi sorridenti dei ragazzi morti, alcuni civili altri combattenti, tutti martiri per i residenti. Oltre Tiro, la cittadina più grande del sud del Libano, quasi ogni villaggio che scorre lungo la strada, è in fase di ricostruzione, dalle strade ai palazzi, dalle moschee alle scuole. Si passa per Kanaa, la città conosciuta per il massacro dei bambini, seguono dei piccoli centri, qualche villaggio cristiano e poi sulle verdeggianti colline che si affacciano sul confine israeliano le roccaforti della militanza. Aita el Shaab è una piccola città e i residenti si attengono ad un preciso ciclo quotidiano che comincia con il manquish, il tipico pane arabo piatto la mattina, continua con il macellaio, poi si dedicano al lavoro nei campi di tabacco, una preghiera al cimitero dei martiri e il resto del tempo lo dedicano alla ricostruzione del paese. Aita è stata attaccata più di trenta volte il luglio scorso. E’ qui che a pochi chilometri dal confine che gli hezbollah rapirono due soldati israeliani che avevano sconfinato con la loro pattuglia. Fu il pretesto di una guerra che durò 33 giorni e provocò la morte di 1200 civili libanesi, 140 israeliani e migliaia di profughi. Durante l’offensiva l’80% degli edifici di Aita vennero distrutti. Non vola una mosca senza il loro permesso degli Hezbollah, sanno subito chi arriva e chi va. D’altra parte sono lo Stato nel sud, erano quelli che prima della guerra hanno costruito scuole, moschee e servizi e che dopo con i soldi dell’Iran le hanno ricostruite. All’epoca della guerra un centinaio di combattenti si era asserragliato nel centro della città, rendendo impossibile per gli israeliani espugnarla. I soldati libanesi, che per vent’anni non hanno messo piede in questa zona, per la prima volta presidiano qualche incrocio. Hanno un’aria tesa, sanno di non essere amati nel sud, ma sanno anche che se gli hezbollah non vogliono, non corrono alcun pericolo. Uomini muscolosi con volti duri e barbe corte scorrazzano per le strade in motocicletta, anche loro sono stati combattenti. “La situazione è tranquilla – ci racconta uno di loro, è stata una battaglia dura, ma abbiamo vinto la guerra. Adesso vediamo quello che accadrà se loro – pensiamo a ricostruire la nostra terra, se gli israeliani metteranno un solo piede oltre la linea blu, ci penseremo noi se non lo farà l’esercito libanese o gli stranieri”, dice riferendosi a quelli dell’Unifil onnipresenti nella zona con 13 mila militari di cui 2500 italiani. Aita aveva 11 mila abitanti, fuggiti durante i bombardamenti, 7000 sono tornati con il cessate il fuoco, e in parte riandati via quando si sono resi dell’intensità della distruzione che li circondava. “Desidero vendetta per quello che è stato fatto qui – ci dice il nostro ex combattente che indossa una maglietta con la scritta US Army e in ghigno sulla faccia – ma gli israeliani hanno capito che siamo più potenti dei loro carro armati”. Gli hezbollah sono presenti ma quieti, le armi sono state deposte ma non consegnate a nessuna autorità e non vogliono rispondere se si domanda se, come sostiene l’intelligence israeliana, si stanno riarmando. “Siamo tutti armati qui ad Aita, ma avere un’arma non significa usarla”, confessa un altro ex militante che dice di chiamarsi Abu Yousuf. Non tanto lontano anche Bint Jbeil è una cittadina di 50 mila abitanti che gli israeliani non sono riusciti a conquistare. Ma ha subito danni devastati, il centro storico antico di cinquecento anni è stato raso al suolo. “Ci vorranno tre anni per ricostruire tutto – ci spiega l’ingegnere del comune Haissan Bazzi – 80% della città non c’è più solo nel centro storico sono state cancellate 1132 case, in un anno siamo riuscite a ricostruirne 400, ma la storicità del posto è andata perduta”. I soldi per la ricostruzione arrivano tutti dal Qatar, “Il governo? Dalla fine della guerra non lo abbiamo mai visto e né sentito, qui di sicuro non esiste”, ci dice l’ingegnere che spiega che i soldi arrivano tutti dai paesi arabi, soprattutto da Iran e Qatar. “Se riuscite ad incontrarlo chiedete voi al premier Siniora perché non viene ad aiutarci. Abbiamo bisogno di elettricità, acqua e linee telefoniche, meno male che ci sono gli Hezbollah”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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