NAQOURA (Libano) – Mariam Halawi stava raccogliendo delle verdure in un campo con suo marito. Hanno una casetta nel sud del Libano, nel villaggio di Qaaqayet al Jisr. Piegata e concentrata Mariam, 35 anni, non si è accorta di aver messo il piede su un ordigno che al contatto è esploso. Ha visto nero per un attimo e poi più nulla. Da ieri, da quel momento in poi in poi, quando poco dopo un medico le ha amputato la gamba, la sua vita non è cambiata. Non potrà più correre con i suoi bambini, saltellare con loro, correre per non perdere un autobus. E’ stata colpita da una cluster bomb inesplosa, un regalino lasciato e lanciato dagli israeliani durante la guerra contro gli hezbollah l’estate scorsa. D’allora sono morte 28 persone per le bombe a grappolo (cluster) e le mine. Ma la situazione è molto più grave di quanto sembra, le Nazioni Unite di stanza nel Sud devono occuparsi di quattro milioni ordigni sparsi in 33 giorni di guerra, dei quali circa un milione non è ancora esploso. Tra le otto squadre che se ne occupano gestite dall’Unifil, c’è un gruppo di cinesi molto esperti. Le procedure sono molto rigorose, il rischio è altissimo e questi uomini protetti dalla testa ai piedi controllano centimetro per centimetro centinaia di km che devono bonificare. Entro il 31 dicembre 2008 quasi il cento per cento del sud dovrà essere libero di essere calpestato dalla sua gente che ora cammina a testa bassa per controllare dove mettere i piedi. La guerra continua, sono queste mine e bombe che falciano, mutilano e uccidono, senza chiedere carte d’identità. Nemici democratici che colpiscono tutti, messe dagli Hezbollah per ostacolare gli israeliani e lanciate dall’esercito di Tel Aviv che ha dato fondo ai magazzini. “Ci basiamo sulle informazioni locali, sulla ricognizione che ci porta a ridurre l’aerea di intervento e poi si smina – ci spiega il colonnello Edmondo De Pompeis, la nostra guida Unifil nel pericolo mondo delle mine – in genere in un’ora si possono controllare dai 2 metri quadrati ai venti”. Costruire una mina costa dai 3 ai 300 dollari per quelle più sofisticate, ma per rimuoverle dai 300 ai mille dollari. “Si spendono 300 milioni di dollari all’anno per lo sminamento nel mondo – ci racconta De Pompei – in Libano prima della guerra c’era stata una bonifica del settanta per cento, mine messe durante guerre e occupazioni precedenti, ma con il conflitto israeliano – hezbollah abbiamo dovuto cominciare tutto da capo, ci sono state fornite delle mappe da Israele sulle aree in cui sono state sganciati i missili. La gente ci aiuta, chiamano quando vedono qualcosa di strano”. I numeri fanno paura: un missile aereo rilascia fino a 800 bombe a grappolo e un proiettile di artiglieria ne offre circa 88. L’area che interessa il lancio di un missile pieno di bombe è pari a quello di un campo di calcio. “Bisogna stare a 25 metri di distanza dallo sminatore altrimenti è costretto a fermarsi”, ci dice il maggiore Li del contingente cinese che ci mostra uno dei suoi uomini che pazientemente controllano il ciglio della strada che confina con un campo, il cui proprietario ha chiamato quelli delle Nazioni Unite perché aveva visto del materiale sospetto che poi si è verificato essere qualcosa di pericoloso. “La situazione sul terreno è tranquilla, non abbiamo percezione di minaccia”, afferma Diego Fulco, portavoce del Generale Claudio Graziano, comandante di Unifil, la vera minaccia dopo tanti anni e tante guerre ora sta a 20 centimetri dalla superficie, sotto quella coltre di terriccio fertile che fa del Libano la rigogliosa terra dei cedri.

Giornalista di guerra e scrittrice

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