TIBNIN – Due codini svolazzanti e un sorriso saltano in braccio al colonnello Danilo Prestia. E’ un’afosa mattinata nel sud del libano e il comandante  del Cimic (cooperazione civile e militare) afferra al volo la piccola bimba libanese che un attimo prima ha salutato con “un cinque” tutti i militari italiani che stanno facendo visita ad una scuola molto speciale del villaggio di Ma’rakah nel sud del Libano. E’ una scuola per bambini down, finanziata da privati libanesi per lo più dalle famiglie stesse degli studenti. E’ un posto impensabile qualche anno fa nel conservatore sud dove avere un handicap fisico e mentale significava non essere nessuno. I soldati italiani hanno portato tre computer, una stampante e i tavoli, un regalo di una scuola romana la St. Stephen, comprati con i soldi raccolti dagli studenti. Nella scuola di Al Anan ci sono una cinquantina di bambini che imparano ad essere indipendenti e a superare il trauma della guerra. “Mio figlio ha 17 anni e ogni volta che sente il rumore di un aeroplano impazzisce, per calmarlo lo porto al campo francese dove ci sono i militari che lo conoscono”, racconta una madre volontaria nella scuola dove dipingono, imparano l’inglese, fanno lavori manuali e intellettuali, ma soprattutto si costruiscono una vita per loro ancora più difficile in un modo dove i problemi sembrano non finire mai. Il sud è tranquillo al contrario del nord dove sono ripresi i violenti combattimenti al campo profughi palestinese di Naher Bader, all’interno sono asserragliati i militanti di Al Fatah al Islam, un gruppo legato ad Al Qaeda che ieri è riuscito ad uccidere un altro soldato libanese. Nel sud invece, della guerra tra Israele e gli  Hezbollah, combattuta l’estate scorsa, all’apparenza non sembra che siano rimaste che montagne di rovine e di lavoro da fare, ma le cicatrici sono profonde e radicate. Il contingente italiano, con quasi 2500 militari, controlla la zona ovest del sud. Un’ampia fetta di terra ferita dove sono stati avviati decine di progetti di ricostruzione e soprattutto di relazione con la popolazione. “La formula italiana si è dimostrata vincente in molti posti: Sapere di essere a casa di altri. Un ospite chiede permesso, bussa e non cerca di influenzare tradizione o cultura locali – ci spiega nella base di Tibnin il colonnello Fabio Mattiassi responsabile delle relazioni esterne della Folgore – Manteniamo sempre alta la soglia di attenzione, ma abbiamo un profilo basso, armi nascoste, niente giubbetti, la nostra presenza garantisce sicurezza per lavorare e costruire”. E di progetti in moto ne sono stati messi molti, tre le principali esigenze del sud, acqua ed elettricità e soprattutto lo sminamento di tutte le bombe inesplose lanciate dall’esercito israeliano nel tentativo fallito di sradicare la presenza degli Hezbollah nel sud. La situazione politica, la fragilità di un governo diviso, non aiuta a ricostruire un paese schiacciato da guerre e occupazioni: “Riusciamo a comprendere l’instabilità politica, ma viviamo serenamente i compiti che ci sono stati assegnati”, dice Mattassi che ha lavorato in tutti i teatri di guerra degli ultimi anni. “Abbiamo scelto delle aree di interesse, dei posti particolarmente sensibili e siamo intervenuti sempre in accordo con le autorità locali e l’esercito libanese – racconta Prestia – 183 lampioni sono stati dati alla cittadini di Beint Jabel, una delle cittadine più distrutte, daremo 7000 alberi da frutta Marun Ar Ras, generatori, pozzi. Quasi tutto il settore di cui ci occupiamo è stato oggetto di scontri sul terreno, di incursioni e bombardamenti israeliani, è molto difficile per la gente dimenticare”. E nessuno chiede loro di farlo, la presenza straniera è visibile, i pattugliamenti dei contingenti stranieri sono evidenti e la gente saluta i militari regalando sorrisi, ma la paura regna nelle loro menti: quella che, prima o poi, nonostante tutto la guerra possa ricominciare.

Giornalista di guerra e scrittrice

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