BEIRUT – “Sono dei fanatici, credono solo alla loro religione e non badano alle conseguenze delle loro azioni suoi civili”. Parola di terrorista. O almeno è quella di Bassam al Ashker che oggi ha 39 anni e guida l’addestramento nel campo profughi di Naher Bader delle nuove reclute del braccio armato di Fatah, il partito legato prima ad Arafat e ora dal presidente palestinese Abu Mazen. Da non confondere con Fatah Al Islam, il movimento radicale che Ashker critica aspramente. Ashker nel suo mondo è un eroe della resistenza palestinese, in quello occidentale un terrorista. Il suo nome non è famoso, ma la sua impresa è impressa nella storia dell’Italia. Nel 1985 era membro più giovane, aveva 17 anni, del commando del Fronte per la Liberazione della Palestina, che sequestrò la nave Achille Lauro appena salpata dall’Egitto. 450 passeggeri furono tenuti in ostaggio per giorni e un anziano ebreo americano venne ucciso. Condannato a 17 anni di prigione in Italia, dopo sei è uscito con la condizionale e un anno dopo si è trasferito in Iraq dove ha vissuto per 14 anni fino all’invasione americana. Armi e bagagli è tornato a Naher Bader, dove è nata la moglie e in quel chilometro quadrato di terra circondato dall’esercito libanese, addestra i giovani di tutte le fazioni palestinesi. "Li mandiamo a combattere gli americani affianco alla resistenza irachena – racconta Ashker – Io stesso ho combattuto al loro fianco a Ramadi e a Falluja e ne sono fiero". Ma Al Ashker rinnega qualsiasi legame con quelli di Fatah al Islam: “Hanno provato il loro valore militare”, ha commentato riferendosi a quest’ultima settimana di scontri dove sono morte 78 persone, tra i quali 33 militari libanesi contro 25 combattenti,  “E se potesse servire per la lotta contro Israele sarei il primo a stare al loro fianco ma sono dei fanatici e non gliene importa niente dei civili. Le autorità religiose gli hanno spiegato che è sbagliato attaccare palestinesi o libanesi, ma hanno risposto che la religione è più importante di qualsiasi cosa”. Ashker non ha alcuna intenzione di lasciare il campo, come migliaia di persone hanno fatto, resterà con quei ventimila ancora in trappola: “E’ una vergogna per un giovane andarsene, i miei uomini stanno cercando di trovare cibo per i civili, saliamo sui tetti per prendere l’acqua dalle cisterne rischiando di essere colpiti dai cecchini e organizziamo pattugliamenti per impedire il saccheggio delle case abbandonate”. Mentre nel campo si lotta per sopravvivere fuori i soldati con i fucili puntati aspettano un ordine. Per ora i negoziati sono congelati, nessun accordo. I libanesi vorrebbero la resa incondizionata dei militanti, hanno concesso 72 ore per consegnare i responsabili delle uccisioni dei soldati, nella debole speranza che la questione si risolva in fretta. E la ragione è l’aggravarsi della politica del paese: i partiti filogovernativi ritengono che Fatah al Islami sia uno strumento della Siria che deve essere sradicato, mentre i gruppi d’opposizione guidati dal movimento sciita Hezbollah sono contrari a un confronto militare che potrebbe attirare al Qaida in Libano. “Sono una gang siriana – ha detto il leader druso Walid Jumblatt, temendo che Damasco possa approfittarsi dell’attenzione militare concentrata al nord per sabotare il lavoro dell’Unifil”, il contingente delle Nazioni Unite di stanza nel sud e della quale fanno parte anche 2500 soldati italiani.

Giornalista di guerra e scrittrice

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