BADAOUI – I lividi ci sono, nascosti dalla maglietta rossa e dai pantaloni della tuta. Li mostra con reticenza e con un po’ di vergogna. Saleh è un bambino grasso. Si sfrega le dita, inghiottito in una vecchia poltrona nera. Nel campo profughi di Badaoui comincia a fare buio, ma a nessuno viene in mente di accendere la luce, forse è andata via e il generatore non funziona. Salah ha 12 anni e ricorda uno di quei bambini che a scuola finirebbe per essere preso in giro dai compagni crudeli più grandi. Per raggiungere casa degli zii che lo ospitano bisogna superare stradine intricate, esporsi agli occhi curiosi dei residenti non abituati agli stranieri. C’è odore di mangiare nell’aria un po’ spessa e un lamento doloroso di una donna che proviene dalla cucina. Salah fino a qualche giorno fa abitava nel campo profughi di Naher Bader a nord di Tripoli, uno di quei posti dove nessuno vorrebbe nascere, ma che se ti capita ti sembra di vivere nel miglior posto possibile perché per fortuna non ne conosci altri. Quando sono cominciati gli scontri si è spaventato molto. Il gruppo di militanti di Fatah al Islam asserragliato all’interno del campo e facendosi scudo della gente ha attaccato l’esercito libanese che dal canto suo ha risposto bombardando senza troppo zelo. 70 morti in due giorni tra i quali 28 militari. E’ stato lui a pregare i suoi genitori di portarlo via. Non appena, la tregua ha aperto uno spiraglio, lui e altre 15 mila persone si sono riversate verso l’uscita del campo. 20 mila altre sono rimaste dentro in ostaggio. “Abbiamo fatto i bagagli di corsa e mio padre ci ha fatto salire sul suo autobus, c’era la mia famiglia, i miei parenti e i vicini di casa”, circa 24 persone. Erano i capofila di quello che sarebbe diventato un esodo verso Badaoui, verso Tripoli, ovunque potesse portarli lontano dalle bombe e dagli scontri, che potrebbero ricominciare in qualsiasi momento, se le trattative in corso tra libanesi e militanti fallissero. La voce di Salah è bassa vorrebbe dimenticare, ma anche se non raccontasse a nessuno quello che gli è successo potrebbe liberarsene. Chiedo dettagli, perché a volte quando si affronta una tragedia comune a molti, si tende ad esagerare. Ma lui non perde un colpo, il suo viso avvampa e impallidisce a seconda di quello che dice. “Siamo usciti dal campo, mio padre guidava, io ero dietro. Abbiamo raggiunto una collinetta con un posto di blocco dell’esercito libanese, erano le sette di sera ma era ancora chiaro. Un soldato ha puntato verso mio padre e lo ha colpito alla spaòòa spalla e alla testa. L’autobus è uscito fuori di strada. Mia nonna è riuscita ad aprire la porta, si è precipitata fuori urlando che c’erano donne e bambini, di non sparare e l’hanno colpita al collo. Noi ci siamo appiattiti fino a che loro sono venuti a prenderci”, ci racconta Salah fissando il pavimento. La voce gli si spezza. Inghiottisce non vuole piangere. Salah e gli unici altri due ragazzini sul mezzo vengono portati in una casupola. Avrebbe scoperto solo più tardi che sua madre era stata derubata dei soldi e dei gioielli e presa in giro dai soldati davanti al cadavere ancora caldo del marito. A Salah viene chiesto di confessare di essere un militare di Fatah al Islam, gli puntano un coltello alla gola. “Mi hanno detto che mi avrebbero massacrato come noi avevamo fatto con loro, mi hanno dato un’arma scarica e mi hanno fatto delle foto, poi hanno preso una specie di batteria e mi hanno dato delle scariche alle dita”. Piangeva, chiamava sua madre, supplicava che lo lasciassero andare mentre a fianco uno dei suoi amichetti veniva picchiato. “Poi ci hanno sollevato la maglietta fin sopra alla testa e ci hanno portato nella base di Araman, ci hanno mostrato delle foto di persone che volevano che riconoscessimo. Ci dicevano che eravamo bestie, urlavano contro i palestinesi, credevo che mi avrebbero ucciso. Dopo un po’ hanno chiamato qualcuno e quelli del campo sono venuti a prenderci. Mia madre è arrivata con quelli della Croce Rossa”. Salah sei un militante? Per la prima volta solleva il viso, c’è in lui uno sguardo di sorpresa e dolore: “Faccio solo la seconda media, vado a scuola, non è quello che dovrebbero fare i bambini?”.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “Storia di un bambino

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